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OLTRETORRENTE

Lavori in San Giuseppe: servono fondi per salvarla

Appello dei parrocchiani: «Occorrono 50 mila euro per finire il restauro»

Restauri in San Giuseppe

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Luca Molinari
Il futuro di San Giuseppe, chiesa simbolo dell’Oltretorrente, dipende dai parmigiani. Sono appena partiti i lavori di restauro al tetto - in seguito al cedimento di alcune travi di una cappella laterale, che rischiava di crollare - ma servono fondi per portarli a termine. La storica parrocchia di piazzale don Dagnino quest’estate è rimasta chiusa un mese per effettuare i primi interventi di messa in sicurezza. In quell’occasione il parroco, don Gianpietro Poggi, aveva lanciato un appello alla città, ora ribadito con forza dai parrocchiani della chiesa dell’Oltretorrente. Per portare a termine i lavori infatti sono necessari circa cinquantamila euro.
«Si tratta di una cifra molto importante per una parrocchia come San Giuseppe - affermano i parrocchiani - per questo lanciamo un appello alla città affinché si possano trovare i fondi necessari per realizzare i restauri e far tornare al suo antico splendore questa stupenda chiesa, carica di storica». La chiesa di San Giuseppe risale al 1600 e per trentaquattro anni è stata guidata dall’indimenticato don Raffaele Dagnino, a cui è dedicato il piazzale antistante. Don Gianpietro Poggi, parroco della vicina chiesa di Santa Croce, è stato chiamato alla guida di San Giuseppe soltanto da alcuni mesi, dopo che don Primo Dall’Asta, parroco per trentaquattro anni, ha lasciato l’incarico per motivi di salute.
I cedimenti al tetto della chiesa sono legati a infiltrazioni d’acqua. La situazione più grave è quella relativa alla cappella di Santa Cecilia - interamente puntellata e transennata - poiché le travi sovrastanti erano adagiate sulla volta e potevano provocare danni gravissimi senza una tempestiva messa in sicurezza. La chiesa di San Giuseppe si è inoltre dotata di un sistema di allarme per far fronte ai furti. Circa due anni fa erano state trafugate due tele seicentesche, delle quali - almeno per ora - non si è più avuto notizia. Le due opere, il ritratto del conte Giuseppe Acerbi e della moglie Barbara Picolelli - attribuite a un pittore fiammingo - erano state rubate dalla sagrestia. Un colpo su commissione messo a segno da mani esperte, senza lasciare impronte o segni di effrazioni. Le opere, inserite nell’«Inventario degli oggetti d’arte della Provincia di Parma» nel 1934 per conto dell’allora ministero dell’Educazione nazionale, rappresentano un importante pezzo di storia della città. Le figure ritratte infatti sono quelle dei nobili che hanno offerto un contributo fondamentale alla realizzazione della chiesa.

 

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