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Sulle panchine di piazzale Inzani le «barricadere» dai capelli grigi

Sulle panchine di piazzale Inzani le «barricadere» dai capelli grigi
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Laura Frugoni
In piazzale Inzani il giorno dopo la tempesta, ristagna la bonaccia. Sarà perché la domenica è un giorno che modifica il panorama di routine, sarà per questo caldo sahariano che invita a smorzare gli ardori. E' il giorno giusto per sedersi sulle panchine e ragionarci un po' su. Quattro chiacchiere quiete con Severina, Clara e le altre barricadere dai capelli grigi, le stesse del picchetto agguerrito che sabato mattina s'era fatto sentire col sindaco Vignali e l'assessore Fecci. «Abbiamo alzato un po' troppo la voce, ma l'educazione e la civiltà che vogliamo ritornino da queste parti non sono questione di razzismo», dice Clara, che accetta volentieri di fare il punto a mente serena di quel che non va più, mentre addita le finestre della sua fetta di casa marroncina, vive lassù da 45 anni.
Sono le cinque del pomeriggio: di stranieri nel piazzale non c'è quasi l'ombra. Giusto uno col cappellino a visiera immerso in un libro che ti liquida con un secco «I don't speak italian», un altro che si fa largo torvo in mezzo alle donne non appena vede spuntare la macchina fotografica. «Tu stai attenta», sibila alla fotografa, e torna quieto non appena gli viene spiegato che non sarà lui il soggetto della foto. 
Di domenica gli stranieri arrivano sul tardi: quindici-venti uomini in trasferta da un altrove non bene identificato, informano le vedette del piazzale e quindi almeno oggi guadagnarsi uno spicchio di legno sotto le frasche non sarà un'impresa impossibile. «Quando vengono, se le prendono tutte loro. Alle due si stendono uno per panchina e dormono, alla sera non si può nemmeno scendere. Arrivano al mattino verso le 9 e mezza con le borse piene di bottiglie, a mezzogiorno vanno alla mensa della Caritas, poi tornano. Vedrai che anche oggi si faranno vedere».
 Intanto Clara fa l'elenco delle loro priorità per raddrizzare un po' le cose: basta con le licenze ai bar e ai locali per stranieri «e non per razzismo: ormai sono tutti qui», il tam tam ha già fatto sapere i funghi nuovi che stanno per spuntare: un mangia e bevi al posto della restauratrice, un'osteria «gestita da un arabo e da un italiano» dove c'era il fornaio, una parrucchiera per chiome africane. C'è anche uno svacco di marca locale a preoccupare parecchio: per chi ha le finestre a portata d'orecchio dell'ex circolo Aquila (che ha cambiato gestione e target: dagli anziani ai giovani) ogni notte è una croce, il baccano insopportabile, e quando poi chiude il circolo, il bivacco si trasferisce intorno a padre Lino.
Clara e le altre raccontano com'è nata la loro mobilitazione, Severina ricorda il giorno in cui ha avuto la rabbiosa sensazione che la misura fosse colma: «Sono scesa e ho trovato un preservativo davanti alla porta. Ho guardato laggiù dove c'è l'urinatoio, ormai il muro è cotto e mi sono detta: ora basta». Clara fa un salto a casa e torna con fogli fitti di firme, lettere da spedire («ma il politichese a noi non interessa, vogliamo parole e idee concrete»), le domande rimbalzano mentre s'aspetta il presidio promesso: «ma il vigile resterà qui fisso?» «No, andrà in giro nel quartiere».
Clara aveva ragione. Comincia   un po' di movimento, i nuovi arrivati parcheggiano le macchine nel piazzale ztl, «e chissà perché le multe non le prendono mai». Meno che mai si vede un carroattrezzi.
Si prova ad andare a sentire che aria tira tra i nuovi arrivati. Quello che non gradiva la macchina fotografica è del Ghana, occhi arrossati e parlata faticosa. Butta lì una domanda a a un'anziana seduta di fianco: «Bianchi e neri secondo te hanno lo stesso sangue?». Dice che fa il meccanico in provincia e pensa solo a lavorare, «qui ci vengo solo il sabato e la domenica, il piazzale è di tutti, ma secondo voi italiani no».
Un algerino e un tunisino s'accaparrano una panchina, bottiglia di birra a testa. «Hai una sigaretta?», chiede il tunisino e l'altro si lamenta perché è senza lavoro: «Due anni fa ho avuto un incidente, avevo ragione io, ma siccome l'altro era italiano l'assicurazione non mi ha dato un soldo e non ho più lavorato». Il dialogo s'inceppa, «hai un'altra sigaretta?», un ragazzo italiano gira intorno con la bicicletta. «Hai visto Mimmo?», chiede al tunisino: in risposta un'occhiata storta e il ragazzo se ne va.
E' già meno bonaccia in piazzale Inzani.  Clara dice che la se la situazione migliorerà con presidio fisso, a luglio si farà una bella festa in piazzale Inzani. Torta fritta per tutti, come si faceva una volta.

 

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  • SERGIO

    16 Giugno @ 14.43

    gentile (miga tant) ososita, hai detto ben: UMILTÀ ci vuole, da parte di tutti...te lo dice uno che è emigrato in Germania e Svizzera e da pensionato è tornato in Italia...se non lo sai siamo (stati) un popolo di emigranti e ti assicuro che NESSUNO va in un altro paese per sport o per l'aria che tira...quasi sempre lo si fà per necessità ALIMENTARE (fame) o perchè il tuo paese di origine è stato magari svuotato economicamente da quello in cui poi andrai ad "avere pretese su pretese"...nei negozi di Zurigo negl'anni '70 e non solo ho vs più di un cartello con scritto "VIETATO L'INGRESSO AI CANI E AGL' ITALIANI" e ti assicuro che non è per nulla piacevole...certo, i signori che lo esposero avranno avuto di sicuro le loro ragioni, ma non eravamo TUTTI puzzolenti, maleducati e mafiosi...anzi, pochi lo erano, ma bastavano per catalogare un popolo e una razza......mi spiego?...

    Rispondi

  • ososita

    16 Giugno @ 10.50

    Se il piazzale è di tutti allora perchè sono sempre i soliti brutti ceffi a stazionarci? Poi un conto è sedersi su una panchina, un conto è coricarsi. Tra l'altro una volta che sono belli sbronzi dubito che a qualcuno venga voglia di sedervisi accanto. Ma il Corano non vieta l'alcol? Cioè tutta sta gente poi magari ha anche il becco di ferro di pretendere l'ennesima moschea... E il tizio dell'incidente è davvero sicuro che fosse lui dalla parte della ragione? Io ho dei dubbi, visto che ragionano in modo totalmente diverso e soprattutto si sono fatti furbi: giocano la carta del razzismo quando gli fa comodo. In troppi arrivano qui con solo pretese su pretese: e il lavoro, e la casa, e luce+acqua+gas tutto a gratis.... e che è? il bengodi?! Gratitudine ci vuole! E umiltà!

    Rispondi

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