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I Vescovi, ortolani e osti dietro la Céza di Sant

La storia della famiglia di Mario Vescovi, che ha lavorato una vita in Cariparma. Fino al 1973 hanno anche prodotto coni per gelati

I Vescovi, ortolani e osti dietro la Céza di Sant

Mario Vescovi

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Lui è davvero un «pramzàn dal sas» oltre che oltretorrentino verace, di antica famiglia di ortolani, osti, piccoli imprenditori con sede in via Turchi. Mario Vescovi, una vita in Cariparma dove ha svolto il suo apprezzato lavoro sia in diverse filiali che nella sede centrale per oltre trent’anni, appartiene a una famiglia un tempo molto nota in città e «de dla da l’acqua» in modo particolare.
Forse pochi sanno che in via Adeodato Turchi, nel cuore antico «de dla da l’acqua», tra case abbracciate l’una all’altra, all’ombra del campanile della popolare «Céza di Sant», è celato un prezioso frammento di storia parmigiana. Dinanzi al teatro Pezzani, in un’elegante villetta immersa in un rigoglioso e insolito verde metropolitano, dove risiede Mario, vagano i fantasmi di una vecchia osteria e di una fabbrichetta dove si producevano coni per gelato. C’è subito da chiarire che la zona in oggetto, nell’Ottocento, era terra di stupendi orti: i famosi «ort äd Vescov».
I Vescovi, ortolani per vocazione, devono la loro notorietà a tale Vittorio Vescovi, che fu il primo della famiglia a iniziare l’attività di ortolano. Un omaccione, Vittorio, alto grosso e generoso, che si vantava di avere partecipato alla caccia dei briganti in Sardegna durante il servizio militare prestato nell’Arma dei Carabinieri.
Vittorio ebbe due figli, Ugo ed Enrico («Richén»), anch’essi abilissimi ortolani.
Addirittura l’insalata che producevano era ritenuta la migliore della città, poiché veniva coltivata in cantina e seminata sopra le vinacce, così potevano produrla anche in inverno quando le serre non esistevano. E quella nivea insalata adattissima per accompagnare gli arrosti natalizi aveva un vago sapore di vino. Una genialata!
Nel 1929, quando il Comune dispose la soppressione di campi e orti per allargare la città e il cemento, giorno dopo giorno rosicchiava metri all’erba, terminò la tradizione dei leggendari ortolani Vescovi, i quali iniziarono al fare gli osti.
Uno di loro, Guglielmo, unitamente alla moglie Lucia, gestì l'«Osteria d’Giusepèn». Il nome del locale, in quella fetta di Parma anarchica, rossa e anticlericale era, ironia della sorte, dovuto a una piccola statua di San Giuseppe incastonata nel muro della casa di borgo San Domenico. Dopo di che l’osteria cambiò nome per divenire l’«Osteria Vescovi», locale frequentatissimo dalla Parma più autentica del tempo. La guerra, però, ferisce a morte la cara vecchia «Osteria Vescovi». Gli avventori sono sempre più scarsi: gli anziani stanno in casa, i giovani partono per il fronte e poi c’è tanta miseria e altrettanta paura. I Vescovi, per sbarcare il lunario, inventandosi un mestiere, si improvvisano sarti e iniziano a cucire cappotti per l’esercito vendendo i ritagli della stoffa. Ma il vecchio Guglielmo ha un ennesimo lampo di genio e decide di creare un’aziendina familiare che produce coni per gelato. Detto fatto, unitamente ai figli Antonio e Stefano e alle rispettive mogli Gina e Celestina, fonda la «Premiata ditta Vescovi», che chiude i battenti nel 1984 dopo che la famiglia Vescovi la cede definitamente nel 1973. Ma i residenti «over anta» di via Turchi, ricordano ancora con nostalgia il magico profumo di vaniglia che emanava quella fabbrichetta, immersa tra piante di gaggia, che produceva coni, cialde, dolci e croccanti bicchierini per gelati. I coni dei Vescovi approdarono nelle più note gelaterie cittadine e della provincia. Di un giallone intenso, prodotti con farina italiana e manitoba, zucchero, sale e bicarbonato, i coni, dall’impugnatura zigrinata e la scritta «Vescovi», ben spolverati con generose manciate di vaniglia, venivano riposti in cassette di latta dal coperchio azzurro con la scritta «Coni Aurora. Come mi vuoi». Una volta usciti dal laboratorio di Via Turchi, i coni venivano caricati su una Lancia Artena carrozzata Zanella a forma di pulmino color azzurro-cielo che, lasciando dietro di sé un delizioso profumo di fiaba oltretorrentina, andava ad addolcire il palato e l’anima di tanta gente che sapeva ancora sognare e sorridere. Ma, soprattutto, si accontentava di poco.

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  • Alberto

    22 Luglio @ 11.20

    noto con piacere che lorenzo sartorio non ha perso il piacere di valorizzare le antiche tradizioni e lo fa con il suo stile poetico e malinconico di un tempo passato che difficilmente tornerà. ho avuto modo di conoscere una discendente della famiglia vescovi , persona squisita nella sua semplicità e umiltà. alberto magnani.

    Rispondi

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