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La protesta di via Lazio: «Siamo isolati dalla città»

La protesta di via Lazio: «Siamo isolati dalla città»
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Laura Birra

Da via Lazio si alza un grido di protesta: è quello di ventotto famiglie che si sentono «isolate dalla città». A spiegare il perché è Loredana Calaresi, che da due anni abita nella strada di periferia: «Non abbiamo una fermata dell’autobus abbastanza vicina: la prima è a circa un chilometro e la via per arrivarci non è delle migliori: intorno ci sono solo gli orti e la campagna». Si impiegano cinque-sei minuti, camminando a passo svelto, per raggiungere la fermata dell’autobus più vicina: quella davanti all’Itis Da Vinci, su via Toscana. Non è tanto il tempo a preoccupare gli abitanti delle due palazzine, quanto il percorso: se è vero che c'è un marciapiedi per i pedoni, la strada non è proprio delle più affollate: le uniche costruzioni che contornano via Lazio sono una scuola (il «Giordani») il PalaCiti e l’impianto di cogenerazione dell’Iren. Per il resto, ci sono solo gli orti coltivati dagli agricoltori. «Io ho un figlio di tre anni e mezzo - spiega Maria Perriello - e quando in inverno fa buio presto e sono per strada con lui ho paura: non si vedono belle facce in giro, visto che dietro l’angolo c'è l’ex-Eridania, che la sera si riempie di gente poco raccomandabile». «Mia figlia - aggiunge la signora Loredana -, l’anno scorso ha quasi subito uno scippo: stava tornando a casa ed un ragazzo l’ha strattonata per prenderle la borsa. Lei si è divincolata, ha urlato ed è riuscita a farlo scappare, ma si è beccata un ceffone in pieno viso. Se avessimo avuto la fermata dell’autobus sotto casa, tutto questo non sarebbe successo». Le proteste di Loredana e Maria non sono isolate: fanno eco le voci degli altri inquilini, come Maria Rosi, 83 anni, ed Enrico Pastore, disabile costretto su una carrozzina. «Non sono più una ragazzina - sottolinea la signora Rosa - e camminare troppo mi pesa, soprattutto se devo trasportare i sacchetti della spesa. Fino a che il tempo lo permette mi muovo in bicicletta, ma quando piove non posso». Via Lazio è un vicolo cieco, così, circa un anno fa, il Comune ha creato un piccolo spiazzo a semicerchio, appena prima delle palazzine, per permettere all’Happy Bus di raggiungerle e poter girare per tornare indietro. Ma per un autobus di normali dimensioni, lo spazio necessario per la manovra non c'è: «Si potrebbe allargare il piazzale - propone Maria -, o far arrivare qui una navetta che abbia la grandezza dell’Happy Bus». Nelle due palazzine abitano cinque disabili che, soprattutto quando piove, fanno fatica a prendere l’autobus: «Non pretendiamo molto - afferma Enrico Pastore, che raggiunge la fermata di via Toscana con la sua carrozzina - ci basta un autobus che passi di qui poche volte al giorno, ad orari stabiliti: per me, quando piove o peggio ancora quando nevica, è impossibile spostarmi. Inoltre, l’unico autobus che passa su via Toscana è quello della linea 7 e non sempre è attrezzato per i disabili». Gli abitanti di via Lazio sembrano decisi a portare avanti la loro protesta: «Non ci fermeremo fino a che non ci ascolteranno - afferma Enrico, deciso -. Siamo disposti anche ad occupare via Toscana per far sentire la nostra voce». 

.L'assessore Mora
«Non c'è lo spazio necessario per le manovre dei bus» 
«Quando abbiamo potuto, siamo intervenuti»: così risponde Davide Mora, assessore alla Viabilità, alle proteste che arrivano da via Lazio. «Circa un anno fa - spiega - il Comune ha allargato la piazzola davanti alle due palazzine di via Lazio, per permettere all’Happy Bus di raggiungerle e portare i bambini a scuola. Ma la linea 7 non può arrivare in fondo alla strada a causa dei limiti strutturali: non c'è lo spazio necessario all’autobus per tornare indietro, una volta arrivato in fondo alla strada, perché la piazzola creata per l’Happy Bus non è abbastanza grande da permettere la manovra ad un autobus di dimensioni normali. Oltre ai motivi logistici, ci sono poi i problemi economici: non possiamo istituire un servizio navetta apposta per le due palazzine in questione, non perché ce ne disinteressiamo, ma perché sarebbe un dispendio economico eccessivo. Il livello di aspettativa dei nostri cittadini è molto alto: cerchiamo di andare loro incontro, ma a volte questo non è possibile». L.B.


 

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