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Luigi Lanzi, il prof che aiuta i detenuti a riscattarsi

Luigi Lanzi, il prof che aiuta i detenuti a riscattarsi
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Chiara Pozzati
Lui è «o’ professore» di via Burla, come lo chiamano i suoi allievi che vivono dietro le sbarre. Ma in carcere, tra i corridoi del 41bis, c’è finito per parlare di Cristo. Insegnante di religione del Bodoni e dell’istituto penitenziario di Parma, Luigi Lanzi racconta la sua esperienza di «prof dietro le sbarre». Nato a Traversetolo ma adottato dal quartiere Cittadella da oltre vent'anni, è considerato un vero e proprio luminare dai colleghi parmigiani.
Profondamente appassionato di umanità, cultura e con il pallino per l’arte, il signor Lanzi non ha mai avuto idea di cosa avessero combinato quegli studenti un po’ speciali che si ritrovava a lezione. «Fino all’anno scorso ho insegnato ai “ragazzi” del regime carcerario più duro – racconta con nonchalance –, dal 2011, invece, seguo una terza superiore composta da detenuti comuni». O’ professore parla liberamente ma sceglie con cautela le parole: «Non mi è mai interessata la fedina penale dei miei studenti – precisa – e comunque non potrei informarmi sui guai che hanno avuto con la giustizia. Esiste, infatti, un rigido codice da rispettare per chi s’immerge nella realtà del penitenziario. Quel che conta è la funzione rieducativa del carcere, di cui si parla troppo poco».
O’ Professore non ha la cattedra e prima di entrare a lezione impiega un buon quarto d’ora tra porte che si chiudono ermeticamente e lunghi corridoi silenziosi. Poi si trova davanti a «ragazzi» (spesso coetanei, a volte anche più vecchi di lui) di ogni età, razza e religione. «Io non faccio catechismo ma cultura – assicura Lanzi –, certo è che i miei studenti hanno una gran sete di riscatto, di recuperare quella dignità mandata in frantumi. E la figura di Cristo che si fa carico delle pene e delle colpe altrui affascina parecchi».
«Sono convinto che molti di questi aspiranti ragionieri siano finiti in cella a causa di una privazione subita – continua il prof –: magari di un’infanzia negata, di una stabilità familiare precaria, o della mancanza di cultura e lavoro. Non si tratta di una giustificazione ma di un dato di fatto». Ecco perché Lanzi si batte per «ricordare a tutti la dignità dei detenuti e il valore riabilitativo del sistema carcere». Ha un sogno: «Insegno anche al Bodoni e qualche ora al Rondani: mi piacerebbe molto “riunire” le classi almeno una volta». Una sorta di scambio culturale tra studenti e detenuti accomunati dalla passione per o’ professore: «Mi piacerebbe molto che i ragazzi visitassero il carcere per entrare in quel mondo aspro e certamente complesso, ma che non può e non deve rimanere ai bordi della società».

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