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La longevità si studia in laboratorio

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Tra i centenari, le femmine sono il 70 per cento. E la longevità si tinge di rosa e gli uomini cedono il passo. Ma chi sono questi centenari? «Sono persone che generalmente non vivono in città, ma nelle prime periferie - spiega Paolo Sansoni, professore ordinario di Medicina interna e Scienze biomediche dell'Università di Parma -. Persone che hanno una buona situazione socio-culturale, che non fumano e che hanno abitudini alimentari molto semplici, ovvero che seguono la dieta mediterranea». Sansoni è a capo di un'èquipe che porta avanti ricerche importanti sulla longevità. In particolare, uno studio sul sistema immunitario. «La ricerca è partita dalla longevità estrema - spiega Sansoni -: siamo stati i primi al mondo a studiare i centenari. Persone che sono riuscite a superare tutte le principali cause di morte: dalla mortalità infantile nell'era pre-antibiotica, alle principali malattie infettive, per arrivare alle malattie gravi come il cancro. Il sistema immunitario difende l'organismo dalle malattie. E fin dall'inizio abbiamo riscontrato che i centenari avevano dei comportamenti dal punto di vista immunologico che ricordavano quelli dei soggetti giovani. Con l'età molte funzioni immunitarie lentamente peggiorano, ma non tutte: questo rimodellamento lo definiamo immunosenescenza o invecchiamento del sistema immunitario, che comporta a livello clinico un’aumentata incidenza di infezioni, di malattie e anche di mortalità. L'immunosenescenza è legata prevalentemente alle modificazioni dei linfociti T, cellule che nascono dalla ghiandola del timo. Con l'età, il timo comincia a declinare la sua attività e tra i 60 e i 70 anni di età non funziona quasi più. Le cellule che hanno origine dal timo progressivamente calano, ma soprattutto si modificano funzionalmente. La nostra ricerca ha messo in luce che sono i linfociti T a riconoscere gli antigeni nuovi (vergini o meglio che non hanno ancora incontrato una sostanza estranea all'organismo, come un virus). E nei centenari i linfociti T toccano valori bassissimi. Quindi, i soggetti molto anziani si trovano ad avere un sistema immunitario deficitario a rispondere a nuovi stimoli, come può essere un ceppo dell'influenza particolarmente aggressivo. Sono i linfociti T che aiutano a produrre degli anticorpi che neutralizzano il virus. Ecco perché le vaccinazioni negli anziani sono importanti».
  «Anche i linfociti di memoria hanno delle alterazioni - continua Sansoni -: sono i linfociti che si ricordano di aver incontrato in precedenza un antigene virale. A differenza di quelli vergini, i linfociti di memoria non si riducono, ma si accumulano nel sangue. Molti di questi però non funzionano bene. Un altro gruppo di cellule è costituito dai linfociti NK (natural killer): cellule linfatiche pronte a distruggere cellule tumorali. E nei centenari abbiamo studiato un numero molto alto di linfociti NK, ben funzionanti». Ma cosa è che accelera l'invecchiamento del sistema immunitario? «Abbiamo scoperto che le infezioni virali croniche della famiglia dell'Herpes, soprattutto il CMV e l'EBV, giocano un ruolo importante. Si tratta di virus che si trovano dappertutto, in particolare là dove la situazione socio-economica è disagiata. Tra i 60 e i 70 anni di età, più del 60 per cento della popolazione ha incontrato il virus. E anche se l'infezione generalmente è del tutto asintomatica, il virus rimane tutta la vita. E determina una continua stimolazione sul sistema immunitario, per cui l'organismo deve tenerlo a bada, perché altrimenti può comportare delle complicazioni gravissime, come polmoniti e infezioni. Per tenere sotto controllo questo virus, l'organismo deve impegnare buona parte delle forze del sistema immunitario, cioè i linfociti T, che quindi aumentano con l'età. Ma le cellule che contrastano il virus producono delle sostanze che determinano uno stato infiammatorio cronico, come un'influenza che non guarisce. Per cui, questi virus accelerano l'invecchiamento naturale. Anche perché si sottraggono delle difese contro altri ed eventuali patogeni, in quanto la maggior parte dei linfociti è già impegnata a tenere sotto controllo il CMV e l'EBV».
Sulla longevità la genetica gioca circa un 30 per cento.  E insieme a cinque università italiane, con il finanziamento del ministero dell’Università e della Ricerca scientifica, il sostegno della Fondazione Cariparma e grazie alla disponibilità del Comune di Parma, l'équipe di Sansoni sta studiando i figli dei centenari: «Stiamo confrontando i figli di genitori longevi con i figli di genitori non longevi - spiega la biologa Rosanna Vescovini -, comunque nati nello stesso periodo e cioè tra il 1900 e il 1908, addirittura morti in età più precoce rispetto alle aspettative medie di vita. Quindi due gruppi a confronto: figli di centenari e figli di genitori morti giovani. E attualmente stiamo raccogliendo i dati sulle condizioni di salute e sul sistema immunitario. Uno studio piuttosto  complesso da portare avanti: abbiamo contattato i servizi demografici del Comune e abbiamo identificato i soggetti viventi nati tra il 1900 e il 1908, quindi abbiamo rintracciato il nucleo famigliare. Individuati i figli, gli abbiamo chiesto di partecipare alla nostra ricerca. Una ricerca che vuole verificare se la longevità dei genitori influisce sullo stato di salute dei figli». Ma la risposta ancora non c'è: «Sembra per ora che l'incidenza delle principali patologie correlate all'età, come le malattie cardiovascolari, sia più alta nei figli di soggetti non longevi, ma è ancora un dato da verificare in modo più approfondito».

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