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L'Aido: combattere la disinformazione

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 Il calo delle donazioni non è preoccupante per Stefano Cresci, presidente provinciale Aido, visto che è dovuto principalmente alla diminuzione della mortalità nei reparti di rianimazione. 

Ma Cresci è consapevole del fatto che bisogna agire su quel circa 20% di persone che ancora si rifiutano di donare i propri organi o quelli dei propri famigliari.
Il pericolo della disinformazione 
 «La disinformazione nelle persone crea delle paure irrazionali - commenta Cresci -. E' lì che noi dobbiamo agire, spiegando ai cittadini tutto quello che c'è da sapere con dei dati precisi. La legge sull'accertamento della morte, in Italia, è una delle più rigorose. E se dopo un evento tragico si possono salvare delle persone, perché non farlo?». 
Mortalità in diminuzione
 Per Cresci, comunque, la diminuzione delle percentuali di donazione deriva da parecchie cause. 
«La principale è che i reparti di rianimazione funzionano sempre meglio e la mortalità si è abbassata. E per fortuna - spiega il presidente dell’Aido -. Esiste poi sempre una percentuale di opposizioni esercitate dalle famiglie. Su base regionale è un dato stabile attorno al 32%, mentre a Parma è leggermente inferiore e di questo siamo contenti. Sicuramente è un dato ribassabile, ma legato alla cultura, non solo dei nuovi italiani che spesso sono restii, ma di italiani stessi che non sono informati sull'argomento».
Il futuro
 I dati a Parma, per il futuro, sono comunque confortanti. «A oggi sono 24 mila gli iscritti all’Aido provinciale - afferma Cresci -. Sono una percentuale molto alta e sono tutti potenziali donatori. Ogni maggiorenne ha possibilità di esprimere la propria opinione attraverso alcune dichiarazioni ufficiali: l’iscrizione all’Aido, il consenso (o l’opposizione) registrato al registro Sit dell’Ausl (sistema informativo centro nazionale trapianti) oppure la dichiarazione scritta di proprio pugno mantenuta nel portafoglio con tutti i dati anagrafici». 
Al di là dei dati positivi, però, il bisogno di organi è costante: «Noi siamo sempre preoccupati: ogni anno in Italia muoiono 600 persone in lista di attesa, perché un organo non arriva in tempo. E questo dipende anche dal fatto che qualcuno si è opposto alla donazione. Per migliorare le cose, la nostra strategia è quella di informare sempre di più la popolazione. Ma questa azione di sensibilizzazione non deve provenire solo dal mondo del volontariato, ma anche dalle istituzioni. Organizziamo progetti con le scuole da 15-20 anni e anche quest’anno si ripeteranno coinvolgendo 4 mila studenti della provincia».C.Z.
 

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