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Partiti al Maggiore i trapianti "incompatibili"

Staminali di midollo osseo da donatori non compatibili: l'anno scorso 16 interventi

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L'ospedale Maggiore di Parma è partito con il trapianto di cellule staminali «incompatibili» di midollo osseo, ossia cellule di un donatore non compatibile con il ricevente.
Nel Centro trapianti di midollo osseo (Ctmo) dell'Azienda ospedaliero-universitaria sono stati eseguiti, negli ultimi 16 mesi, 20 trapianti «incompatibili» (di cui 16 solo l'anno scorso), e il prossimo - il primo del 2014 - è in programma domani. «Con la previsione - dice Aversa - di eseguirne nell'arco dell'anno almeno una ventina, e di eseguire un'altra ventina di trapianti autologhi, in cui donatore e ricevente sono la stessa persona. Sono obiettivi alla nostra portata», aggiunge il primario. Parallelamente, infatti, il Ctmo porta avanti il lavoro degli autotrapianti (fra il 2012 e il 2013 ne sono stati eseguiti 25) e i trapianti da donatore compatibile (nove nel 2012).
E' il traguardo di un percorso iniziato dall'arrivo alla guida dell'Ematologia e Ctmo, a fine 2011, di Franco Aversa, pioniere in Italia - e in particolare a Perugia - del trapianto di staminali non compatibili fin dal 1993, e fra gli utilizzatori di tecniche di «manipolazione» delle staminali di avanguardia.
Tecniche così innovative che il centro per la cura del cancro «MD Anderson» dell'Università del Texas, a Houston, ha deciso - durante il meeting della Società americana di ematologia che si è tenuto lo scorso dicembre a New Orleans - di premiare Aversa per il lavoro di assistenza e ricerca svolto negli ultimi anni a Parma. Sulla manipolazione delle staminali uscirà anche a giorni, il 30 gennaio, un articolo sul New England Journal of Medicine.
Ma cosa fanno i medici dell'Ematologia di Parma, in stretta collaborazione con il centro trasfusionale e il laboratorio del centro trapianti, con le cellule staminali «incompatibili» prima di infonderle nel malato di leucemia?
«Le trattiamo per migliorare il loro attecchimento e fare in modo che diano la migliore risposta possibile nel ricevente - risponde Aversa - Nelle ore precedenti l'intervento, stimoliamo con un fattore di crescita l'uscita delle cellule staminali dal midollo osseo del donatore. Quando le cellule si diffondono in buona quantità nel sangue, intervengono i colleghi del centro trasfusionale che raccolgono il sangue e lo consegnano al laboratorio. Qui, con una biotecnologia super-selettiva, si cerca di eliminare dalle staminali i linfociti T, elementi cellulari pericolosi per il ricevente perchè lo possono aggredire causando la cosiddetta “malattia del trapianto contro il ricevente”, che può portare anche alla morte. Una volta depurate le staminali dagli elementi “pericolosi”, e mantenendo invece gli elementi “buoni”, le cellule vengono infuse nel donatore», spiega Aversa.
Purtroppo, tiene a precisare il medico, non esiste un successo del 100% in medicina. «Le percentuali di buon esito cambiano a seconda del tipo di malattia, della fase, delle condizioni del paziente e di quelle del donatore, e variano dal 10% all'80%. Ma se si sceglie bene il donatore e si opera nel momento giusto, si ottengono i migliori risultati, dice Aversa.
Ed è proprio sulla selezione del donatore «non compatibile» che si sta concentrando l'equipe di lavoro del Ctmo di Parma. «Bisogna capire, attraverso lo studio genomico, come identificare la coppia donatore/ricevente che possa mettere in atto meccanismi di difesa contro le infezioni. La fase più critica in un trapianto di staminali, per il rischio di infezioni, è infatti la “finestra” temporale nella quale il sistema immunitario del ricevente è stato distrutto per permettere di ricevere le cellule estranee, e non si è ancora attivato il nuovo sistema immunitario innestato», spiega il primario.
Aversa ha dimostrato già dal 2008 che la madre - anche non compatibile - è la migliore donatrice per i figli, soprattutto se giovani, e viceversa. «La chiamiamo “tolleranza materno-fetale” e deriva dal fatto che i due sistemi immunitari hanno avuto modo di “conoscersi” durante i nove mesi di gestazione e ritrovano in occasione del trapianto una memoria immunologica che permette di tollerare la controparte paterna», spiega Aversa.
Una scoperta che ha aperto nuove prospettive per i trapianti sui bambini malati di leucemia, che hanno quasi sempre «a disposizione» la mamma donatrice. Su questo tipo di trapianto sta lavorando il Bambin Gesù di Roma, a conferma che questa strada disegnata ormai 20 anni fa si sta rivelando utile per la cura di bambini affetti da malattie del sangue e non altrimenti curabili.

 

 

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