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L'inchiesta

"Qui cerchiamo di insegnare ad essere autonomi"

Viaggio nella psichiatria, il direttore sanitario Silvio Maccherozzi: "I pazienti devono riacquistare confidenza con le azioni quotidiane"

"Qui cerchiamo di insegnare ad essere autonomi"

Psichiatria

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Le inferriate del piano terra sono lì per evitare che entrino i ladri, non perché si teme che il paziente se ne vada, scappi. Le porte, infatti, sono aperte. È solo un simbolo, se vogliamo, ma significa tanto: ribaltare la concezione che per troppo tempo si ha avuto del paziente psichiatrico. Come diceva Franco Basaglia, psichiatra, ispiratore della legge 180/1978 che ha chiuso i manicomi: «Non bisogna considerare più il malato mentale alla stregua di un individuo pericoloso, ma, al contrario, un essere del quale devono essere sottolineate, anziché represse, le qualità umane». Siamo alla Fattoria di Vigheffio, residenza sanitaria riabilitativa dell’Ausl, un luogo unico, dalla storia affascinante. In principio fu Mario Tommasini, allora assessore della Provincia, a mettere in piedi questa struttura che nacque praticamente clandestina; voleva dare una nuova vita e nuove possibilità ai rinchiusi del manicomio di Colorno: al rifiuto dei medici, si prese lui la responsabilità di firmare le prime dimissioni, che poi diventarono un centinaio. La Fattoria, ossia una casa colonica e una stalla, diventarono un luogo di accoglienza per i dimessi dall’ospedale psichiatrico. La società civile prese a cuore l’idea travolgente di Tommasini e collaborò con le Istituzioni per la ristrutturazione degli edifici.
Erano gli anni Settanta. Oggi, quella casa colonica è diventata una residenza sanitaria riabilitativa che accoglie 11 pazienti; nella ex barchessa, ci sono gli appartamenti, con altri 6 ospiti. La differenza tra i due edifici sta nell’assistenza: nella prima è 24 ore su 24, nell’altra di 15 ore. E nel grado di autonomia: negli appartamenti ci sono pazienti più avanti in questo percorso. Ad accomunarle, luoghi in cui si respira pulizia, colore, comfort, dignità. Nessuno dei due è un luogo ospedaliero: certo, c’è il medico, l’infermiere, la farmacia, ma i camici sono banditi e le giornate animate da tante attività.
«Qui ci sono persone che un tempo avrebbero vissuto in manicomio per sempre; oggi, invece, possono andare in centro a prendere un caffè, fare attività all’interno e all’esterno della struttura, alcuni tornare a casa nel fine settimana». A parlare è Silvio Maccherozzi, psichiatra e direttore sanitario della struttura, che sottolinea: «Lavoriamo nello spirito della legge 180: nessuno è malato per tutta la vita. Tutto è nato dal gesto eroico di Tommasini, con la sua presa di responsabilità: se oggi siamo ricchi, con strutture all’avanguardia, è perché si è investito molto. Bisogna sempre fare attenzione. Ho lavorato al manicomio di Colorno ed è un attimo tornare indietro: basta mettere 40 pazienti in una stanza ed è tutto da rifare».
Qui le stanze sono doppie e singole. I pazienti sono soggetti gravi: prima di venire qui hanno avuto una fase acuta della malattia, sono stati ricoverati presso il servizio di Diagnosi e Cura; alcuni hanno storie tragiche alle spalle. Oggi cercano di costruirsi una vita normale e non staranno in Fattoria per sempre: «L’obiettivo – prosegue Maccherozzi – è fare un percorso individuale per ogni ospite. Chi viene qui, spesso ha bisogno di riacquisire la quotidianità di azioni normali: lavarsi, mangiare come si deve, vestirsi dignitosamente. Le attività vengono dopo, ognuna in base alle possibilità del singolo paziente. Se facciamo bene queste cose, in automatico diminuiscono i medicinali e scemano i sintomi della malattia».
Ci vuole delicatezza per lavorare qui. Oltre al direttore sanitario, ci sono un coordinatore di struttura, uno psicologo, tre infermieri, gli educatori, il referente educativo, gli operatori socio-sanitari: la giusta competenza, un grande cuore. Sono tre le cooperative che si occupano della Fattoria: Proges in testa, insieme a EMC2 e Biricca. Il pezzo forte di questo luogo è l’integrazione con il territorio. Nel grande parco, ci sono il bar e l’osteria 180, gestiti dalla cooperativa Avalon: sono sempre aperti, al giovedì organizzano concerti a cui assistono centinaia di persone. A due passi da dove si trovano i pazienti, spesso proprio insieme a loro. Tra gli altri, qui lavorano 15 utenti del dipartimento di Salute Mentale: «Servono al bar o ai tavoli, fanno le pulizie, curano la manutenzione», spiega Clara Arcari, socia e operatrice della cooperativa. Le attività che gli utenti possono fare in Fattoria sono innumerevoli. Il fiore all’occhiello è il laboratorio: è il regno di Nicoletta, che non toglie mai gli occhiali da sole, nonostante occhi blu da capogiro. Alle orecchie, la musica, immancabile. Lei vuole la radio, mentre Franco preferisce andare sul sicuro con Dire Straits, Pink Floyd e Santana. «Tutte queste possibilità, aumentano l’autostima e favoriscono la socializzazione dei pazienti psichiatrici», assicura Maccherozzi. Sono i pazienti che insegnano qualcosa a qualcun altro. Così come è successo per la festa di fine anno della scuola materna ed elementare di Vicofertile: «Durante l’anno, pazienti e bambini, insieme, hanno realizzato un giardino a scuola - spiega Alberto Mezzadri, della Proges, coordinatore della struttura -. La festa di chiusura della scuola è stata fatta in Fattoria. All’inizio i genitori erano molto preoccupati, ma, una volta qui, hanno chiesto di ripetere l’esperienza anche l’anno prossimo».
Serve a tutti questa integrazione: cura il paziente, educa il bambino, rompe la diffidenza del genitore. Dal laboratorio, che si chiama «Officine riunite», non escono solo aquiloni per bambini e aquiloni professionali. Gli ospiti realizzano mosaici con materiali di recupero: non pasta di vetro bizantina, quindi, ma ceramica e cocci di bottiglia. Sono opere d’arte, come le lampade, realizzate in mille fantasie con cartoni tagliati a laser: tutto finirà in mostra e, presto, sarà anche venduto su internet. Lo scopo è che il laboratorio si autofinanzi. Le attività si animano anche all’esterno; ci sono il pollaio, ma soprattutto l’orto, regno di Giovanni e Franco. Quest’ultimo, immancabile cappellino in testa e marsupio alla vita, prova a fare l’umile: «È brutto», dice. In realtà è uno spettacolo e lui lo sa: mostra con orgoglio zucchine, pomodori e cetrioli, che danno agli operatori in cambio di un’offerta. E ancora: c’è il laboratorio del feltro e del riuso, una piantagione di lavanda da 1200 piante, piccola manutenzione del verde. Al loro fianco, Giulia Storiales, coordinatrice del settore socioeducativo della EMC2, che proprio in Fattoria ha la sede legale: «Li prepariamo al mondo del lavoro: l’obiettivo ultimo è sempre l’assunzione», spiega. Mentre si parla, spunta un gatto: «Si chiama Gatto», spiega Franco, che se la ride di gusto. Fabio Bruno, della Proges, è un operatore sociosanitario: la sua è un’assistenza sulle 24 ore, dai pasti, all’accompagnamento durante le attività di socializzazione. «Non farei nessun altro lavoro al mondo - ci tiene a dire -: se stanno bene loro, sto bene anche io». Il gioco è importante: ping pong, calcio balilla, carte, scacchi, che sono il passatempo preferito di Stefania. Lo svago è dentro, ma anche fuori: si va in piscina. Ma anche a teatro. Tutto sarebbe più facile se ci fosse un autobus: «Cerchiamo di insegnare loro l’autonomia, ma è più difficile se la prima fermata è a tre chilometri - osserva Mezzadri -: passerebbe la voglia anche a me». Si può fare ancora tanto, per esempio sul parco: «Come area verde ha ben poco da invidiare a quelle di città - continua il coordinatore della Fattoria -, ma andrebbe sfruttata meglio: basterebbero un’area cani e i giochi per i bambini per renderlo ancora più fruibile e simbolo di integrazione».

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