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Mani infortunate salvate in sala operatoria

alessio pedrazzini chirurgo
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Le mani: una parte del corpo importante dal punto di vista funzionale, ma anche altamente simbolica, ricca di recettori nervosi. «La mano, e l'opposizione del pollice, è ciò che ci distingue dagli animali» sintetizza Alessio Pedrazzini, dirigente medico responsabile dell'ambulatorio della mano della Clinica ortopedica dell'ospedale Maggiore. Che per le mani non ha solo un interesse professionale, ma una vera passione. Al punto da aver studiato la vita di chi sulle mani ha costruito arte e professione, come Paganini, sul quale ha scritto un libro (vedi articolo a corredo). «La mano del bambino riconosce, prima ancora degli occhi, il volto della mamma; il cieco si relaziona con gli altri con le mani; con le mani si mangia, si danno pugni o carezze, si prega; la mano, nella cappella Sistina , è il contatto fra l'uomo e Dio», dice Pedrazzini. E a volte le mani sanguinano, vittime di incidenti sul lavoro, in casa, nel tempo libero. Anche questo Pedrazzini lo sa bene, chiamato quotidianamente a «rammendare» dita, palmi, polsi. Tre casi emblematici raccontano l'angoscia di chi ha temuto di perdere le mani, i dolorosi percorsi chirurgici e riabilitativi, il sollievo per come le cose sono andate a finire.

Il pianista con il polso rovinato
Cosa può esserci di peggio per un pianista professionista, impegnato quasi quotidianamente in concerti e tournée, che perdere una mano? È quello che ha pensato il musicista che tre anni e mezzo fa, è finito a terra con il suo scooter, travolto da un'auto. «Frattura del radio e lussazione del semilunare del polso sinistro, un danno con un'altissima percentuale di invalidità», spiega Pedrazzini. Eppure, ricorda il pianista non ancora quarantenne, «da subito nella clinica ortopedica mi sono sentito in buone mani perchè lo staff mi ha saputo trasmettere serenità. Mi sono fidato», dice il pianista. E ha fatto bene. «Era un caso particolare, data la professione del paziente, che aveva l'esigenza di accelerare la riabilitazione per evitare il formarsi di aderenze e rigidità che compromettessero la funzionalità dell'arto. Così abbiamo risolto frattura e lussazione con tre fili di Kirschner (fili metallici rigidi e sottili, ndr) e due micro-ancore - spiega Pedrazzini - Dopo 20 giorni, con ancora i fili di trazione inseriti nel polso, il pianista ha ricominciato a suonare. Dopo 42 giorni, tolti i fili, ha riaffrontato Bach e Chopin. Il suo caso è stato portato anche ad un congresso specialistico a Instanbul». «Certo, la mia mano sinistra non è più quella di prima e alcuni deficit, ignorabili per chi fa altri lavori, continuano a pesarmi - commenta oggi il pianista - Ma sono contento di aver trovato a Parma medici giovani eppure così esperti. Mi sono fatto visitare da superspecialisti della mano, e tutti hanno detto che è stato fatto un ottimo lavoro».

L'incidente in azienda
Impiegherà molto tempo l'operaio parmigiano 34enne, rimasto vittima l'aprile scorso di un incidente in fabbrica, a scacciare le sensazioni che lo assalgono ogni volta che rivede in azienda l'apparecchiatura che gli ha tranciato quattro dita (eccetto il pollice) della mano sinistra. «Non riesco nemmeno più ad avvicinarmici», confessa. Stava lavorando su tubi di plastica quando è avvenuto il fattaccio. Le falangi erano rimaste attaccate alla mano solo per un sottile lembo di pelle. «Quando ho visto quel disastro, ho pensato che non ci fosse niente da fare», ricorda l'uomo. È quello che gli ha detto subito anche il primo medico che l'ha visitato al Maggiore. «Così, quando sono entrato in sala operatoria, ero convinto che ne sarei uscito con le dita amputate - ricorda l'operaio - E ne ero ancora sicuro quando mi sono risvegliato dall'anestesia. Mio padre era lì, ha indicato la mia mano fasciata e mi ha rassicurato “ci sono tutte”».
«Siamo riusciti ad evitare necrosi ed amputazioni. Il paziente ha recuperato la sensibilità alle dita, anche se non può piegarle completamente fino a toccare il palmo», spiega Pedrazzini. «Non posso più guidare la moto e nuotare, e mi hanno tolto il porto d'armi. Ma nella sfortuna sono stato fortunato a trovare medici come Pedrazzini e Paolo Schiavi, oltre al primario della clinica ortopedica Francesco Ceccarelli - dice oggi l'operaio - Un grazie anche a tutto lo staff dello studio riabilitativo Kaiser e a Silvio Tocco: sono stati come una famiglia».

La sdraio «tagliola»
Era la vigilia di Ferragosto, solo quattro mesi fa, quando Francesco (nome di fantasia, ndr), otto anni, nel chiudere una sdraio nel prato davanti alla sua casa nell'Appennino, si è quasi amputato l'anulare della mano sinistra. La corsa all'ospedale Maggiore, la prima valutazione al pronto soccorso e poi difilato alla Clinica ortopedica. «Il ditino era rimasto attaccato solo per una piccola porzione di lembo. Ho riattaccato tendini e nervo con strumentazioni di microchirurgia, poi è iniziata la riabilitazione, durata due mesi», spiega Pedrazzini. «Mio figlio è stato coraggioso, i medici umanamente disponibili e psicologicamente preparati. Durante l'intervento, in anestesia locale, hanno continuato a distrarlo, parlandogli di moto, di cui Francesco è appassionato», ricorda ancora commosso il papà del bambino. La collaborazione fra chirurghi e paziente ha dato i suoi frutti. «Il dito è tornato perfetto, la funzionalità è piena. Non possiamo che parlare positivamente sia del reparto che dell'ospedale» conclude il papà di Francesco.

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