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Il virus A muta, ma il vaccino è ancora valido

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 Sono portatore di una malattia cronica, per cui ho anche subito un intervento  chirurgico, e mi hanno chiamato per la vaccinazione contro il virus AH1N1.  Sono incerto sul vaccinarmi adesso sia perché sembra essere tardi, sia perché leggo sul giornale che il virus è mutato, e quindi è legittimo dubitare che questo vaccino sia inutile, anche se  non viene detto per motivi economici.

 
 Risponde il medico Fabrizio Pallini
 E’ vero che il virus, nei suoi passaggi da un individuo all’altro, ha subito alcune mutazioni, però di tipo «minore», non tali cioè da modificare la sua conformazione complessiva. Pertanto il vaccino è ancora perfettamente valido, e gli anticorpi che vengono formati in seguito alla vaccinazione sono in grado di bloccare e uccidere il virus influenzale pandemico. Diverso sarebbe stato se le mutazioni fossero di tipo «maggiore»; in quel caso il virus sarebbe diventato irriconoscibile dagli anticorpi, cosa che per fortuna non si è verificata. Per quanto riguarda l’opportunità di vaccinarsi oggi, la raccomandazione è chiara: occorre completare il più velocemente  possibile la vaccinazione delle categorie a rischio, per scongiurare  un eventuale secondo picco pandemico, in occasione di un brusco e duraturo abbassamento della temperatura esterna, che in passato si è verificato  nelle epidemie influenzali dovute al virus di tipo A e per evitare altresì l’eventuale possibilità di una ulteriore mutazione o ricombinazione del virus. 
 
 A dieci anni  da un intervento chirurgico, eseguito nel 1978, durante il quale  ho  ricevuto una trasfusione di sangue o emoderivati, ho sviluppato  un’epatite, dapprima definita non A non B, e poi rivelatasi  C cronica attiva. Sono stata  sottoposta a cicli terapeutici con interferone e altri farmaci che hanno rallentato la malattia, ma anche provocato effetti collaterali spiacevoli. E' ancora possibile inoltrare richiesta di risarcimento,  considerando che nella copia della mia cartella clinica non risulta l’avvenuta trasfusione? 
 
Risponde il medico Lucia Ferrari
La correlazione fra la trasfusione, effettuata nel 1978, e i primi sintomi dell’epatite cronica attiva evidenziati nel 1988, è possibile. Infatti il 90% dei casi di epatite C decorre in forma asintomatica o lieve, senza febbre, senza ittero o altri sintomi percepibili.  Però in una percentuale di circa il 50% tale infezione asintomatica va incontro a cronicizzazione.
 L’epatite C è inoltre conosciuta soprattutto come forma post-trasfusionale. La mancanza di una documentazione in cartella clinica dell’avvenuta trasfusione, relativamente frequente in quegli anni, rende difficile l’attribuzione certa dell’epatite, anche se i livelli di transaminasi, bassissimi prima dell’intervento, possono costituire una prova importante. 
Se infatti si potessero dimostrare incrementi delle medesime transaminasi entro tre mesi dalla trasfusione o comunque dall’intervento chirurgico, si potrebbe concludere per una più che probabile relazione di causa-effetto. 
 
Risponde l'avvocato  Lorenzo Isoppo 
Ove si lamenti  un danno permanente all’integrità psicofisica derivante da trasfusione, sempre qualora ne ricorrano i presupposti, il paziente  potrà inoltrare domanda di indennizzo ai sensi della legge 25.92.1992 n° 210 oppure  promuovere, a sua scelta, una azione civile volta al risarcimento del danno (indennizzo e risarcimento sono concetti giuridici differenti). Tuttavia, occorrerà preliminarmente verificare  se sussiste il nesso di causalità tra la trasfusione ricevuta, in ambito ospedaliero, e la patologia, oltreché i presupposti  dell’azione. Venendo alla domanda della paziente sulla prescrizione del diritto all’indennizzo,   una pronuncia della   Suprema Corte    (Cass. sez. un. 11/1/2008 n. 583)   chiarisce  come  la prescrizione non  venga  fatta decorrere né a partire dall'evento lesivo né dal momento in cui la malattia si manifesta, bensì da quando il paziente la percepisce. In buona sostanza non essendo sufficiente l'insorgere della malattia per far decorrere la prescrizione, essa decorrerebbe dal momento in cui  il contagiato sia in grado di ricollegarla alla condotta della struttura sanitaria e percepirla come sua conseguenza dannosa. Solo da quel momento  potrebbe voler far valere il proprio diritto al risarcimento del danno. Nel caso della lettrice, prima di affrontare il lungo e costoso «iter» di una causa civile dall’esito incerto, consiglierei di interpellare un medico legale per una approfondita  disamina della cartella clinica al fine di valutare, quantomeno, la proponibilità della richiesta di indennizzo ex legge 210 del 1992 e l’effettiva assenza di annotazioni  della trasfusione in cartella clinica.  Se  nella cartella non si trovasse traccia dell’avvenuta somministrazione di sangue e/o emoderivati, riterrei difficoltoso dimostrare  la riconducibilità della patologia in nesso causale col comportamento della struttura sanitaria.
 
Inviate le vostre domande a sito@gazzettadiparma.net e le gireremo agli autori della rubrica
 

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