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Radioterapia: in trincea contro i tumori

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Monica Tiezzi

È una delle armi che abbiamo nella guerra ai tumori, ed è sempre più efficace. Spiegata in parole semplici, la radioterapia «è un raggio usato in modo intelligente che eroga energia sul DNA della cellula neoplastica portandola alla morte», dice la direttrice del reparto di radioterapia dell'ospedale Maggiore, Nunziata D'Abbiero, a capo (da otto mesi, in arrivo dal Santa Maria Nuova di Reggio Emilia) di un team in gran parte femminile: quattro medici, 12 tecnici sanitari di radiologia, 4 infermiere e due addette all'amministrazione.

Il reparto è ospitato al piano terra del padiglione direzione, con accesso da via Gramsci. I locali sono piccoli (ad esempio due scrivanie e due pc per i quattro medici), ma c'è comunque spazio per due ambulatori per le visite e soprattutto per le apparecchiature per il trattamento.

Il fiore all'occhiello del reparto è il DHX Varian, un acceleratore lineare acquistato dall'Azienda ospedaliero-universitaria nel 2009 e dotato del sistema RapidArc che, grazie ad un «arco radiante» permette di ridurre al minimo i tempi della seduta e di erogare il massimo della dose di radiazioni nell'area tumorale, risparmiando il più possibile i tessuti sani circostanti. «L'altra particolarità di questa metodica - spiega la D'Abbiero - è poter effettuare, prima di ogni seduta di radioterapia, immagini volumetriche, simili alla tac, per controllare e correggere il posizionamento del paziente e il movimento degli organi vicini alla lesione per un trattamento ad altissima precisione».

Il DHX Varian funziona a pieno ritmo, 10 ore al giorno («di più non è possibile, perchè ci sono anche i tempi tecnici per la manutenzione», dice la direttrice del reparto) e tratta anche pazienti da fuori provincia: da Reggio Emilia, ma anche liguri e toscani.

L'altro acceleratore in dotazione al reparto, il Primus Siemens, è del 2002. Con questa apparecchiatura vengono eseguiti trattamenti con tecniche semplici ma nello stesso tempo accurati e precisi. Altra macchina in dotazione è un simulatore tradizionale Oldeft che permette di studiare il posizionamento e il sistema di immobilizzazione più adeguato al paziente, oltre ad eseguire immagini che serviranno come coordinate per il trattamento radiante.

«È un apparecchio non aggiornabile e sarà sostituito entro l'estate con una tac simulatore non più in 2D ma in 3D, che permetterà, ad esempio, di individuare subito con esattezza il volume da trattare e di ridurre le distorsioni delle immagini dovute a protesi metalliche o dentarie», dice D'Abbiero.

Infine c'è il Therapax, apparecchiatura a bassa energia per il trattamento delle lesioni cutanee superficiali, eccetto il melanoma: «Ad esempio il carcinoma basocellulare e il carcinoma spinocellulare della cute, e comunque tutti i carcinomi cutanei in parti del corpo, come volto, mani e braccia, nei quali un intervento chirurgico avrebbe risultati antiestetici. O quando il paziente, per età o comorbilità, non è operabile», spiega la specialista.

Ma chi è e come lavora il radioterapista? «Il radioterapista è un clinico oncologo che “viaggia” su tre territori: l'oncologia clinica, la radiologia diagnostica e la fisica medica», dice la direttrice del reparto, rivendicando un ruolo non più ancillare della radioterapia nella moderna oncologia. È quindi un'arma che si può combinare con la chirurgia e la chemioterapia e che può trovare applicazione, ad esempio, sia prima che dopo l'intervento chirurgico e in integrazione alla chemio.

«Il 75% dei pazienti oncologici necessita di un trattamento radiante e le indicazioni stanno aumentando, portando la radioterapia in territori fino a poco tempo fa off limits - spiega D'Abbiero - È il caso degli epatocarcinomi non operabili, che anche a Parma siamo in grado di trattare: proprio pochi giorni fa abbiamo saputo che un paziente con questa patologia, che abbiamo curato con radioterapia stereotassica tre mesi fa, è in fase di guarigione. Grazie agli avanzamenti tecnologici degli ultimi 15-20 anni, oggi si possono erogare alte dosi alla massa tumorale risparmiando il più possibile i tessuti sani circostanti».

Con la radioterapia con la tecnica RapidArc si possono trattare tumore al seno, al polmone, alla prostata (sopravvivenza del 90% a 5 anni dal trattamento, e senza gli effetti collaterali negativi della chirurgia, come l'incontinenza), tumori alla pleura, tumori della zona testa-collo (buoni ad esempio i risultati sulle neoplasie alle corde vocali, rispetto agli effetti mutilanti della chirurgia), tumori del tratto gastro-intestinale e di quello ginecologico.

Con la radioterapia stereotassica (che eroga un'elevata dose di radiazioni sul volume tumorale con estrema accuratezza e precisione, possibile grazie al DHX Varian) si possono curare tumori primitivi e metastasi del polmone, metastasi cerebrali, tumori primitivi e metastasi del fegato, tumori del pancreas e della prostata, metastasi dei linfonodi dell'addome o della pelvi.

La maggior parte del lavoro svolto in radioterapia consiste nella preparazione del paziente al trattamento radiante, che dura pochi minuti. La fase pre-trattamento è invece lunga e accurata e prevede la preparazione di un sistema di immobilizzazione della parte del corpo da trattare con, ad esempio, maschere termoplastiche e cuscini ad aria compressa. Segue una simulazione bidimensionale (presto sostituita da una tridimensionale), una tac (ora eseguita alla tac del padiglione Barbieri) ed eventualmente altri esami diagnostici (pet o risonanza magnetica) «in grado di caratterizzare meglio le caratteristiche morfologiche e funzionali del tumore e aiutarci nella definizione più precisa possibile dei volumi da trattare», dice D'Abbiero. Infine entrano in gioco i fisici medici per l'elaborazione del piano di cura.

Le sedute radianti, eseguite in regime ambulatoriale, indolori e senza alcuna anestesia, vanno da una a un massimo di 38. Le dosi e il frazionamento vengono definiti sulla base delle linee guida internazionali più accreditate. Il paziente non è mai radioattivo e, terminata la seduta, può tranquillamente tornare in famiglia.

«Oltre ad utilizzare tutte le potenzialità del DHX, in questo reparto c'è una forte attenzione alla qualità di vita dei malati - conclude D'Abbiero - Eseguiamo trattamenti palliativi contro i sintomi degli stadi avanzati, ad esempio cercando di ridurre la massa tumorale per alleviare il dolore». ​

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