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Mal di testa? Diamoci un «taglio»

Mal di testa? Diamoci un «taglio»
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Monica Tiezzi

Curare l'emicrania con la chirurgia, invece che con i farmaci: si può e l'ospedale di Parma ha messo a punto una tecnica innovativa che si è guadagnata un articolo sul numero di maggio della rivista scientifica internazionale «The journal of craniofacial surgery».

La tecnica consiste - spiega Edoardo Raposio della sezione di Chirurgia plastica del dipartimento di Scienze chirurgiche dell'Università di Parma, responsabile della Chirurgia della cute ed annessi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma - nella sezione di piccoli muscoli situati sopra le sopracciglia o sulla nuca (a seconda del punto di origine del dolore) con un'incisione di pochi centimetri nel cuoio capelluto e con l’uso di un endoscopio, per «liberare» nervi (i nervi sopratrocleare e sopraorbitale nella fronte, i nervi grande e piccolo nella zona occipitale) che altrimenti, irritandosi per la compressione dei muscoli, innescano gli attacchi di emicrania.

L'idea dell'intervento è nata casualmente negli Stati Uniti 15 anni fa quando alcuni chirurghi plastici si sono resi conto che pazienti affetti da emicrania e sottoposti a lifting nella parte superiore del volto con chirurgia endoscopica riferivano la riduzione o scomparsa degli attacchi.

La tecnica messa a punto negli Usa, e poi esportata, prevede però ben cinque tagli nella fronte e un solo taglio, ma di diversi centimetri, nella nuca, e richiede l'anestesia totale. «A Parma abbiamo iniziato ad eseguire questo intervento quattro anni fa, operando complessivamente circa 120 pazienti, e negli ultimi due anni siamo riusciti a renderlo meno invasivo: un solo taglio di poco più un centimetro sulla fronte, nascosto dai capelli, e un taglio di meno di cinque centimetri nella parte occipitale, anche questo nascosto dal cuoio capelluto. Così si evita l'anestesia totale a favore di quella locale e di una leggera sedazione, e il paziente resta in ospedale solo la notte successiva all'operazione», spiega Raposio.

Il trattamento al Maggiore viene eseguito gratuitamente (unico ospedale pubblico in Italia) in convenzione con il servizio sanitario nazionale e per questo richiama persone da tutta Italia. Finora sono stati operati con la tecnica mininvasiva una sessantina di pazienti e lo studio pubblicato ne ha presi in esame 43.

Chi è candidato a questo intervento? «Non chi soffre di cefalea secondaria, cioè causata da altre patologie, ad esempio una neoplasia cerebrale, e neppure di cefalea a grappolo, contraddistinta da un dolore violento dietro l'occhio. Possono invece essere operate le persone afflitte da cefalea muscolo-tensiva, una forma che interessa il 13% della popolazione, ed emicrania, perchè in questi casi si rimuove la causa del dolore, ossia la tensione muscolare che rende i nervi una “miccia” dell'attacco di cefalea», dice Raposio.

Ma non per tutti è indicata la via chirurgica, spiega Raposio: «Vale solo per coloro che hanno già tentato, senza trovare benefici, tutte le possibili terapie farmacologiche, o che hanno presentato pesanti effetti collaterali».

L'intervento dura circa due ore. Il chirurgo, dopo aver praticato l'incisione, penetra sotto la pelle con un endoscopio della sezione di circa un centimetro e, grazie alla telecamera e agli strumenti chirurgici contenuti nello strumento, seziona i muscoli che comprimono i nervi (i quattro sopra le sopracciglia, o i due alla base del collo) responsabili degli attacchi di cefalea. «Il decorso post operatorio è noioso per i pazienti operati sulla fronte, per le ecchimosi sulle palpebre superiori che guariscono in un paio di settimane. Ma già un giorno dopo l'intervento, sia i pazienti operati sulla fronte che sulla nuca, possono, ad esempio, lavarsi i capelli», dice il chirurgo.

I risultati? «Nel 45% dei casi l'intervento è risolutivo, con la totale scomparsa dei sintomi. Per un altro 45% di pazienti gli attacchi si riducono in modo significativo di frequenza, durata ed intensità. Un altro 10% non risponde al trattamento. Sono dati che dimostrano che la nuova tecnica mininvasiva garantisce gli stessi risultati di quella più cruenta», dice Raposio.

Oltre a migliorare la qualità di vita dei pazienti, l'intervento ha significativi risvolti economici e sociali: «Diminuiscono le spese per farmaci e visite specialistiche, e calano anche le assenze sul lavoro», conclude Raposio.

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