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Ricette «illeggibili»: i doveri di medici e farmacisti

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Ho visto gli striscioni pubblicitari che annunciano l’intenzione di estendere lo screening per il tumore della mammella, che inizierà già a 45 anni. La situazione è così peggiorata? E non c’è altra prevenzione possibile? Ho due figlie giovani e temo per loro. 

 
Rispondono i medici Fabrizio Pallini  e   Lucia Ferrari 
Carissima signora, certamente lei può aiutare molto le sue figlie. Innanzi tutto aderendo lei stessa allo screening, se chiamata, e insegnando così con l’esempio a rispondere positivamente quando saranno chiamate. L’età di inizio per lo screening può variare in relazione alle indagini epidemiologiche nazionali e internazionali ed è  anche giustificata  dalla sempre maggior efficienza, e  minor rischio, di mammografia ed ecografia. Se non ci sono particolari esigenze a giudizio del medico curante, l’età giusta  è quella indicata. Soprattutto però  può insegnare loro a cucinare, bene e in fretta, gustosi e variegati piatti di frutta e verdure. Questa prevenzione dà ottimi risultati su tutte le neoplasie e a tutte le età; in special modo ne risentono beneficamente i tumori della mammella, dello stomaco, dell’intestino e del colon-retto. Non è sufficiente però l’aggiunta di qualche foglia verde o di qualche fetta di pomodoro nell’insalata. E’ necessaria una decisa inversione di abitudini rispetto all’attuale «fast food» (quello dei panini, dei toast, delle piadine e delle pizze) che deve essere sostituito, il più spesso possibile, con piatti di carote, zucchine, cavoli, broccoli, zucca, cipolle, insalatone, minestre di verdure e di legumi, macedonie di frutta fresca ed in particolare grandi quantità di agrumi ricchi di vitamina C, che si ritiene abbia capacità antitumorali. Frutta e verdura contengono antiossidanti che proteggono tutti i tessuti dalla deriva oncologica: devono essere abbondanti (circa 5 porzioni al giorno del peso complessivo di 400/600 grammi al crudo e al netto degli scarti) e freschi, anche se poi cotti. Sarebbe anche utile abolire le carni alla griglia che a quelle temperature sono quasi sicuramente cancerogene (sic!). 
Forse chi legge penserà che vogliamo dare indicazioni misericordiose, o vecchie, ma lo scorso 14 gennaio queste raccomandazioni sono state reiterate dalla naturopata Milena Simeoni e da Anna Villarini del Centro tumori di Milano in un congresso serale qui a Parma, organizzato dall’associazione LUMEN e patrocinato dalla nostra Agenzia alla Sanità. Va ricordata in merito anche  l’iniziativa di Carmelo  Iacono, direttore dell’Oncologia medica di Ragusa, che ha addirittura scritto un libro di ricette per le sue pazienti,  trasferito su dvd.  
  
Tempo fa mi sono  recata in farmacia per un farmaco. Se non mi fossi accorta  di quello che sembrava un errore sulla ricetta  il farmacista però  mi avrebbe dato la medicina sbagliata.  Ho quindi telefonato al medico e poi abbiamo chiarito tutto senza conseguenze. Mi chiedo  di chi sarebbe stata  la responsabilità in caso di danni alla mia salute, se del medico curante che ha  sbagliato la ricetta o l’ha scritta  in modo incomprensibile,  o    del farmacista che male ha interpretato la medesima.  
 
 Risponde  l'avvocato Lorenzo Isoppo    
Gentile signora, innanzitutto siamo lieti che la vicenda non abbia avuto conseguenze, pensi del resto che io stesso, in alcune occasioni, ho detto ad un amico medico che dovrebbero abolire per legge le prescrizioni a mano libera. Ironia a parte, per rispondere in modo chiaro alla sua domanda dobbiamo distinguere due differenti ipotesi: la prima di «prescrizione» non comprensibile; la seconda di prescrizione errata. Nel primo caso, infatti,  se il suo medico curante scrive in modo incomprensibile, sicuramente è suo buon diritto, magari col dovuto tatto, farglielo notare e comunque dovere del sanitario  rendere prescrizioni intellegibili (peraltro  atto di cortesia nei confronti del farmacista). Nel secondo caso, invece,  più serio e peraltro già portato all’attenzione della giurisprudenza, possiamo affermare come  il  farmacista che esegue errate indicazioni del curante nella scelta della terapia non incorre in alcuna colpa professionale. Ogni professionista deve rispettare il proprio ruolo,  non potendo il farmacista sostituirsi al medico e viceversa. Alla luce di una  chiara e precisa indicazione presente nella «ricetta»,  il farmacista non può, infatti,  verificare se la posologia del farmaco prescritto sia effettivamente corrispondente alle particolari esigenze terapeutiche del paziente o meno. Quanto sopra ove vieppiù si consideri  che, non essendo  il farmacista soggetto  abilitato alla professione medica, non ha il potere-dovere di sindacare i trattamenti farmacologici, dovendo anzi attenersi, scrupolosamente, alla prescrizione della cosiddetta  ricetta che viene esibita dal paziente.
 

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