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«Sono rinato grazie al cuore di un altro»

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 Daria Beverini

Caro il mio ragazzo, è arrivato il momento buono. Questo cuore è per te». E' nato due volte Roberto. La prima volta cinquant'anni fa, la seconda il 9 dicembre del 2005, quando ha finalmente sentito pronunciare da un medico queste parole.
 Era iniziato tutto nel '92, durante i controlli annuali che l’Avis prescrive a tutti i suoi donatori: «Dono il sangue da anni - comincia a raccontare Roberto, un uomo alto, dall’aspetto forte e la voce sicura -. Quella volta però dall’elettrocardiogramma è emersa un’anomalia».  
E la diagnosi è stata quella che si dice una vera e propria doccia fredda, soprattutto per un ragazzo di 32 anni: si trattava di distrofia muscolare, che aveva colpito in particolare la parte sinistra del suo corpo. E pensare che solo due anni prima, durante l’ultimo ecocardio che aveva eseguito, gli avevano assicurato che il suo sembrava il cuore di un atleta. 
«Dal primo momento mi hanno detto che avevo bisogno di un trapianto di cuore - continua Roberto - Per i 13 anni successivi sono stato costretto a prendere manciate di pillole ogni giorno, fino al 2005. Quell'ultimo anno è trascorso passando da un ricovero all’altro. Erano 50 giorni ormai che non mi alzavo più dal letto dell’ultimo ricovero quando, il 9 dicembre, hanno deciso di trasferirmi dall’ospedale di Parma a quello di Bologna, dove avrebbero dovuto attaccarmi a un cuore artificiale. Hanno attrezzato un’ambulanza e alle 15.30 sono partito, con la consapevolezza di non avere davanti a me più di 48 ore di vita».
Ha lasciato Parma senza sapere se sarebbe tornato prima o poi nella sua casa, se sarebbe riuscito a vedere ancora una volta giocare allo stadio la sua squadra del cuore, quella della sua città.
«Ero quasi arrivato a Bologna, quando è squillato il mio 
cellulare. Dall’altra parte del telefono c'era un medico, che voleva sapere dove mi trovassi. Due ore dopo sono stato portato in sala operatoria». 
Perché ad attenderlo a Bologna c'era infatti il dono di un ragazzo  che non aveva mai conosciuto ma che, nonostante questo, aveva deciso di offrire il bene più prezioso che avesse, il suo cuore. 
«L'intervento è stato lungo e difficoltoso: la preparazione, durata ore, è terminata a mezzanotte e l’intervento si è prolungato fino alle sei del mattino. Il 5 gennaio sono finalmente tornato a casa. All’inizio non è stato facile: ho avuto qualche problema a riprendere la mia vita, a ripartire ma, a un mese dall’intervento, sono riuscito a percorrere addirittura 15 chilometri in bicicletta. Ho ripreso una vita normalissima, senza più un problema, e dopo sei mesi ho ricominciato anche a lavorare».
E' una vita nuova quella che 
da cinque anni ha iniziato Roberto, tanto nuova quanto inaspettata. «All’inizio non riuscivo neanche a parlare dell’intervento, del trapianto. Appena sono uscito dall’ospedale ho cercato però di lasciarmi tutto alle spalle, di voltare pagina. Un’esperienza del genere ti cambia, è inevitabile». 
Perché  a cambiare è stato soprattutto il modo di affrontare la vita, di apprezzarla. Le cose prima scontate improvvisamente  non lo sono più, come la consapevolezza di avere dentro di sé un cuore che batte. «Oggi mi sento bene - continua -. E' come se questo cuore fosse mio,  come se lo fosse sempre stato.  A volte sento l’esigenza di mettermi in contatto con i famigliari del mio donatore, ovviamente in forma anonima, come stabilisce la legge, ma è la paura a frenarmi. Sarebbe troppo dura». 

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