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Se la maternità diventa un campo di battaglia

Se la maternità diventa un campo di battaglia
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di Monica Tiezzi

Ginecologi che litigano in sala parto, dispute sui cesarei, neonati o mamme che subiscono danni letali. La medicina perinatale sembra diventata un terreno di lotta fra pazienti, medici e avvocati, con casi che rimbalzano dalla Lombardia alla Sicilia.  «Il contenzioso penale non ha senso contro i medici - sbotta Giulio Bevilacqua, direttore del Dipartimento materno infantile dell'ospedale Maggiore - perchè, tranne rarissimi casi, non c'è mai il dolo.   La dimostrazione è che il medico viene assolto in più dell'80% dei procedimenti penali. Mentre, nel civile, viene concesso il risarcimento in oltre 80 casi su 100. Il penale viene scelto perchè è più rapido  e   chi si ritiene danneggiato  spera che l'assicurazione paghi in tempi brevi».
Ma perchè, assieme ai chirurghi plastici e agli ortopedici, i ginecologi sono fra i medici più coinvolti nei procedimenti giudiziari? «La mortalità materna e neonatale c'è sempre stata, e purtroppo ci sarà sempre - risponde  Alberto  Bacchi Modena, direttore della maternità dell'Azienda ospedaliero-universitaria -  L'Italia è fra i migliori Paesi al mondo per  mortalità e morbilità del neonato: solo lo 0,6% sul totale. Ma delle buone cose non si parla mai: qualche giorno fa   al Maggiore abbiamo salvato una donna che dopo il parto aveva perso tre litri di sangue».
La decisione di eseguire o meno un taglio cesareo è   uno dei principali motivi di frizione fra ginecologi e pazienti. A fronte di un 28-30%   di cesarei - sul totale dei parti -  decisi negli ultimi anni al Maggiore da ostetrici e ginecologi, c'è un 3-6% di «tagli» voluti  dalla donna: «rifiuto psicologico al parto vaginale», così vengono codificati.
«Non ci possiamo opporre al volere della mamma, non in questo Paese e non con questi magistrati. In caso di controversia legale, il giudice dà quasi sempre ragione al paziente -  spiega ancora Bacchi Modena - . E d'altronde,  se l'obiettivo dev'essere ridurre a tutti i costi i cesarei, si corrono rischi spesso contrabbandati per malpractice». Non solo: «Per ridurre   i cesarei in massima  sicurezza sarebbe  necessaria, in ogni maternità, una sala operatoria   pronta,  in caso di emergenza, con l'intero staff medico-infermieristico, nel giro di tre-quattro  minuti. Quanti ospedali italiani ce l'hanno?», si domanda Bacchi Modena.
«Il dibattito sul cesareo viene affrontato in modo superficiale e demagogico - dice Bevilacqua -  Le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità, che chiede di ridurli, si basano su statistiche che includono continenti come l'Africa,  dove il cesareo rappresenta ancora un   rischio. Ma  nel mondo occidentale il cesareo oggi si fa senza anestesia generale,  con un'incisione minima,  e le pazienti sono in piedi dopo 36 ore. E non è più nemmeno vero che chi ha subito un cesareo dovrà   avere anche gli altri figli   con il taglio: l'incisione praticata permette all'utero di sopportare le contrazioni al secondo parto. A volte è difficilissimo per un medico, e per un'ostetrica, stabilire il punto nel quale le cose, in un parto naturale, cominciano ad andare male. Di fronte al minimo,  ragionevole dubbio  si deve cesarizzare: è  follia rischiare una vita», dice sempre Bevilacqua.
Non è che le aziende ospedaliere premono per ridurre i cesarei per motivi di budget? «Non ci sono differenze di costo fra un parto naturale e un cesareo, perchè un travaglio può durare  molto  e   la degenza di un parto naturale protrarsi per  giorni, più di un cesareo», risponde Bevilacqua.
Il Maggiore, con il suo 36,8% di parti cesarei (anni  2001-2008) è sotto la media nazionale, attestata sul 38,4%. Come la maggior parte degli ospedali delle regioni  giudicate  fra le migliori dal punto di vista sanitario. I dati più recenti parlano del 31% di cesarei a maggio 2010 e 36% in giugno, al Maggiore. «E consideri che siamo un centro di riferimento regionale per gravidanze a rischio, elemento che  gonfia  le statistiche», dice Bevilacqua. Le maglie nere invece sono del sud, in particolare di Campania (62,2%) e Sicilia (53%), non proprio esempi di buona sanità. L'abuso di cesarei è quindi   una spia di malasanità? «Molti parti al sud avvengono in case di cura private, alle quali il servizio sanitario nazionale riconosce un rimborso maggiore in caso di cesareo, rispetto al parto naturale», dice Bevilacqua.
 

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