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«Da quattro anni sto convivendo con la bulimia»

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 Alessia De Rosa

Un periodo di vita difficile, in un’età in cui gli unici pensieri dovrebbero essere le ragazze e le partite di pallone con gli amici. E invece arriva l’incubo della malattia. Per Matteo (nome di fantasia, ndr), ventiquattro anni, la malattia si chiama «bulimia». 
«Ne avevo venti quando è iniziato il mio calvario - racconta - venivo da un periodo non semplice, i miei genitori si stavano separando, avevo appena terminato il liceo e anche lo sport che praticavo quotidianamente mi aveva abbandonato a causa di un infortunio. Ovunque girassi lo sguardo mi vedevo solo, privo di ogni punto di riferimento». Nessuna goccia che ha fatto traboccare il vaso, i «sintomi», come lui li chiama, si sono scatenati in un giorno qualsiasi: «E' successo tutto per caso, in modo così naturale che neanche me ne sono reso conto - continua -. Un giorno ho iniziato a mangiare in modo smodato senza fermarmi, ho continuato anche quando la fame era placata, poi ho sentito il bisogno di vomitare tutto, cancellare quello che avevo fatto. E' così che sono diventato bulimico». 
Voce squillante e decisa, giornate impegnate tra università e quei pochi amici che a vent'anni significano tutto e la confidenza nel dare subito del «tu».
All’apparenza Matteo è un ventenne come tanti altri, anche esteticamente è perfetto: settanta chili per un metro e settantaquattro di altezza. La bulimia non ha lasciato segni visibili sul suo corpo, in forma come quello di tanti giovani della sua età. Ma l’anima, quella sì che soffre. Una malattia che agisce in sordina, ti consuma dall’interno mentre all’esterno tutto sembra intatto. 
«Nessuno si è mai accorto di niente, ho sempre cercato di nascondere il mio disturbo anche perché il primo periodo credevo realmente di poter smettere in qualsiasi momento, cosa assolutamente non vera. La bulimia deriva da un malessere interiore che non ti lascia mai solo e che ti condiziona ogni pensiero - spiega Matteo -. Mangiavo senza controllo perché mi sentivo depresso, inadeguato in ogni situazione, proprio io che fino a qualche tempo prima ero, tra quelli del gruppo, il più dinamico, un pò timido forse, ma mai inadatto come invece ho imparato a sentirmi dopo». Un fardello che per molto tempo Matteo non ha condiviso con nessuno. La paura di essere giudicato ed etichettato come un debole sono stati motivi sufficienti per non chiedere aiuto, almeno per i primi due anni, poi il senso di vergogna ha lasciato il posto alla paura e Matteo si è confidato con il fratello minore.
«Ero spaventato - continua - vedevo che il mio corpo reagiva male alle continue espulsioni di cibo, così ho raccontato tutto a mio fratello che mi ha spinto a parlarne con mio padre. Oltre i medici che mi hanno in cura, loro due sono gli unici a sapere del mio disturbo alimentare». Matteo ancora non è guarito dalla bulimia, ma se guarda indietro si vede una persona diversa da quattro anni fa: «Con il tempo cerco di riprendere possesso di me stesso, sto lavorando ancora in cerca di un equilibrio che mi dia serenità - spiega -. Non nego che sia difficile, ci sono momenti in cui mi sembra di non farcela ed ecco che l’incubo ritorna, mangio fino a star male e sento il bisogno di vomitare. Ma poi per fortuna ci sono altri momenti, quelli in cui mi guardo intorno e vedo come vivono i ragazzi della mia età e allora mi faccio coraggio e mi ripeto che anche io voglio quella vita, una vita normale da ventenne».

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