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Prevenire il cancro grazie all'Aspirina?

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Una piccola dose giornliera di aspirina (da 75 a 300 milligrammi) ridurrebbe in modo significativo il rischio di ammalarsi di cancro. E’ la conclusione del lavoro di ricerca di un gruppo della Oxford University pubblicato sull’autorevole rivista scientifica «The Lancet».
Abbiamo chiesto ad Andrea Ardizzoni, direttore dell’Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma, quale sia l’attendibilità e la portata della notizia che vede il farmaco più comune del mondo schierato nella battaglia contro le neoplasie.

Quali sono i risultati a cui sono arrivati i ricercatori britannici?
Si tratta di due articoli, pubblicati rispettivamente a novembre e dicembre 2010, che suggeriscono un possibile ruolo dell’aspirina nel prevenire il cancro. Il primo articolo riporta i risultati di una meta-analisi di 4 studi randomizzati (studi di confronto in cui un gruppo di pazienti riceveva il trattamento ed un gruppo di controllo era senza trattamento, ndr), che hanno arruolato un totale di 14000 pazienti. Lo scopo era valutare l’utilità dell’aspirina a basse dosi (75-300 mg al giorno) nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, per ricercare un eventuale effetto preventivo sui tumori dell’intestino. Questa analisi indicherebbe che l’uso giornaliero di aspirina a basse dosi per un periodo di almeno 5 anni sarebbe in grado di ridurre il rischio di sviluppare tumori a livello del tratto prossimale dell’intestino e di morire a causa di questo tumore. Il beneficio assoluto osservato in termini di riduzione della mortalità è comunque piccolo (1.7%). Letto in un altro modo, significa che dovremmo trattare circa 60 soggetti per prevenire una morte per cancro del colon (gli altri 59 avrebbero assunto il farmaco inutilmente).

Quali i contenuti del secondo studio pubblicato a dicembre?
L’altro studio, condotto dagli stessi autori, ha messo insieme 8 studi randomizzati, per un totale di 25000 trattati o meno con aspirina per almeno 5 anni, dimostrando una riduzione complessiva di circa il 30% dell’insorgenza di tumori solidi in generale (in particolare quelli gastro-intestinali) e una riduzione della mortalità per cancro di circa il 20%, corrispondente a un miglioramento assoluto però solo di circa lo 0.7%. Anche in questo caso è come dire che bisognerebbe trattare un gran numero di soggetti (circa 140) per prevenire una sola morte per cancro; gli altri 139 soggetti prenderebbero il farmaco inutilmente subendone solamente gli effetti collaterali.

Come è possibile che la semplice aspirina sia in grado di agire contro i tumori?
Le evidenze suggeriscono che l’aspirina potrebbe svolgere un’azione preventiva sui tumori attraverso il suo effetto anti-infiammatorio. Sappiamo che l’infiammazione cronica è uno dei possibili fattori causali di alcuni tumori. Purtroppo, l’effetto appare piuttosto piccolo a fronte di un trattamento molto prolungato (almeno 4-5 anni) e non privo di effetti collaterali (gastrite, emorragie ecc). Inoltre, questi risultati non possono essere considerati conclusivi. Va sottolineato che questi studi non erano stati condotti con la finalità di dimostrare l’effetto dell’aspirina nel prevenire i tumori ma nel prevenire malattie cardiovascolari. Si tratta pertanto di un’analisi non preventivamente programmata e di un osservazione accessoria. In questi casi è sempre necessario almeno un ulteriore studio prospettico disegnato specificamente per dimostrare l’effetto chemiopreventivo dell’aspirina definendone la dose necessaria, la durata ottimale del trattamento ed il profilo di tollerabilità.

L’ambito rimane comunque quello della prevenzione.
Sì. E’ bene precisare che non stiamo parlando di curare una malattia tumorale già in atto ma di prevenirne l’insorgenza. E’ quella che viene definita «chemioprevenzione», ovvero una prevenzione secondaria (quella primaria consiste nella riduzione dei fattori di rischio come ad esempio, fumo di sigaretta e dieta) attuata mediante farmaci (invece che con test diagnostici quali mammografia, pap-test e ricerca del sangue occulto nelle feci). Al momento, l’unico altro farmaco per il quale è stato dimostrato un effetto «chemiopreventivo» è il tamoxifene, nei confronti dei tumori della mammella nelle donne ad alto rischio. Ci sono anche dati recenti su un possibile effetto chemiopreventivo delle statine, farmaci utilizzati per combattere l’ipercolesterolemia. Il problema della chemioprevenzione, in generale, è il rapporto rischio-beneficio. Ci vorrebbe un farmaco molto efficace e privo di effetti collaterali. Purtroppo questi farmaci hanno un’efficacia dubbia o modesta, non sono privi di effetti collaterali e andrebbero assunti per molti anni.

Serve cautela, dunque, prima di suggerire l’assunzione di aspirina per ridurre il rischio di ammalarsi di cancro.
Non credo che i dati a nostra disposizione, al momento, giustifichino l’assunzione di aspirina con la finalità di prevenire un tumore. Non sapremmo a che dose dovrebbe essere assunta e per quanto tempo e non possiamo escludere che le conseguenze negative possano essere anche superiori ai benefici attesi.

Aspirina a parte quali sono le nuove frontiere della ricerca oncologica?
La ricerca oncologica prosegue a passi spediti, soprattutto nell’ambito delle conoscenze molecolari che potrebbero aprire la strada a nuove terapie mirate. Vi sono alcune neoplasie, o alcuni specifici sottotipi di neoplasie, nelle quali è stato possibile identificare l’«interruttore molecolare» che è il principale responsabile dell’«accensione» del tumore e per le quali è stato possibile realizzare terapie specifiche mirate a «spegnere» quel particolare «interruttore» malfunzionante. Sono una decina le neoplasie per le quali sono già disponibili una ventina di farmaci di questo tipo, molti dei quali somministrabili per bocca in regime ambulatoriale, anche se la chemioterapia rimane il cardine del trattamento antineoplastico per la maggior parte dei tumori sia in fase avanzata sia in fase precoce. I passi avanti ci sono, ma sono piccoli e graduali.
 

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