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«Neuroni specchio, sistema in funzione già alla nascita?»

«Neuroni specchio, sistema in funzione già alla nascita?»
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Per capire come «nascono» i neuroni specchio Pier Francesco Ferrari, del Dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale dell’Unviersità di Parma, ha ricevuto più di un milione e cento mila dollari dal National Institutes of Health (NIH). Grazie, infatti, a una collaborazione con Stephen Suomi dell’NIH, Amanda Woodward dell’Università di Chicago, Nathan Fox e Pepe Contreras dell’Università del Maryland, Ferrari ha potuto coinvolgere l’Ateneo in un prestigioso consorzio di ricerca che nel complesso ha ottenuto sei milioni di dollari dai fondi federali americani per studiare lo sviluppo e le funzioni del sistema dei neuroni specchio, una tematica di forte interesse scientifico e dalle numerose ripercussioni cliniche.  «Studiare - spiega Ferrari - come il sistema dei neuroni specchio possa emergere durante lo sviluppo è importante per comprendere le anomalie che possono derivare sia quando l’ambiente sociale viene a mancare - nel caso dei bambini che non hanno cure materne adeguate - sia quando, a causa di problemi di natura genetica, il sistema non risponde bene agli stimoli sociali, come nel caso dell’autismo».
Professor Ferrari, per ottenere il finanziamento dell’NIH avete presentato una cospicua documentazione di dati preliminari. Di che cosa si tratta?
I dati preliminari raccolti e presentati sono il frutto di un lavoro d’équipe tra il gruppo di Parma, il National Institutes of Health di Bethesda e l’Università del Maryland. All’inizio abbiamo raccolto una serie di dati comportamentali sui piccoli macachi alla nascita e abbiamo scoperto una serie di competenze che i piccoli presentano alla nascita, similmente ai neonati della nostra specie. In particolare abbiamo pubblicato una serie di studi che indicano come, a poche ore dalla nascita, i macachi neonati sono in grado di riconoscere alcune espressioni facciali. Non solo le riconoscono, ma le imitano. Per quanto semplice possa sembrare questa osservazione, da un punto di vista teorico pone un problema non secondario: come fa un neonato senza alcuna esperienza visiva relativa al viso o al sorriso, a riconoscere questi «oggetti» fondamentali per la relazione? 
Il passo successivo è stato, dunque, capire come fa il cervello a codificare questi stimoli.
Insieme a Stephen Suomi e Nathan Fox, esperto di encefalografia dell’University of Maryland, abbiamo messo a punto un sistema di registrazione elettroenecefalografica per studiare i ritmi cerebrali nei neonati di scimmia. In particolare stiamo studiando il ritmo mu che è presente negli adulti della specie umana quando un soggetto osserva o compie un’azione. Questo ritmo sembra riflettere un’attivazione della corteccia sensorio motoria, un «marcatore» indiretto dei neuroni specchio. L’ipotesi che vogliamo verificare è che il sistema dei neuroni specchio sia funzionante alla nascita e permetta al neonato di riconoscere le espressioni facciali, così determinanti per le prime relazioni sociali. I risultati preliminari di questi studi li abbiamo inseriti all’interno del progetto e siamo oramai già in fase avanzata di raccolta dati e di scrittura di alcuni lavori.
Perché è importante studiare come il sistema dei neuroni specchio possa emergere durante lo sviluppo?
I motivi sono diversi. Questo sistema è fondamentale nelle relazioni sociali. Ma il nostro essere sociale si esprime nelle prime relazioni, principalmente con la madre. Il neonato ha quindi delle competenze alla nascita (e anche prima) che gli permettono di riconoscere e rispondere in maniera adeguata agli stimoli provenienti dal suo mondo sociale. Parte di queste competenze devono essere presenti alla nascita, ma si devono anche raffinare e modificare in base al tipo di feedback che il bambino riceve. Il sistema dei neuroni specchio quindi non deve essere pensato come un sistema che è presente così come noi lo conosciamo nell’adulto, ma probabilmente ha delle componenti innate che vengono modificate nel corso dell’esperienza motoria, cognitiva e sociale di un individuo.
Come funziona il sistema e come si evolve se determinate esperienze sociali vengono a mancare? Possiamo avere dei «marcatori» neurali della funzionalità di questo sistema nel neonato? Queste domande sono particolarmente rilevanti perchè in alcuni disturbi neuro comportamentali dello sviluppo, come nel caso dell’autismo, le competenze sociali sono compromesse già in età precoce ed esistono evidenze sia nei bambini più grandi, in età scolare, che negli adulti, che il sistema dei neuroni specchio non è pienamente funzionale. Se riuscissimo ad avere dei «marcatori» neurali precoci dei neuroni specchio, potremmo avere degli strumenti per una diagnosi precoce, permettendo un possibile intervento già nelle prime fasi dello sviluppo del bambino.
Nell’ambito del progetto finanziato quale sarà il contributo del gruppo di ricerca di Parma?
Alcuni dei dati preliminari che sono stati inseriti nel progetto sono stati raccolti qui a Parma.  In collaborazione con il professor Fogassi e il professor Rizzolatti dell’Università di Parma stiamo studiando i neuroni specchio delle scimmie in situazioni più rilevanti da un punto di vista etologico. Questo ci permetterà di capire meglio in quali contesti sociali i neuroni specchio modulano la propria attività. Uno degli obiettivi del progetto finanziato dall'NIH è quello infatti di chiarire le funzioni del sistema dei neuroni specchio. Qui a Parma stiamo lavorando da diversi anni a questi aspetti anche grazie al collega Stefano Rozzi e a un gruppo di giovani ricercatori che sono la nostra vera forza, sia  nella raccolta che nell’elaborazione dati: Luca Bonini, Monica Maranesi, Francesca Ugolotti, Francesca Rodà, Lucio Simone e Stefania Bruni.

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  • Alfredo Calligaris

    04 Dicembre @ 14.11

    Trovo tutto molto interessante, la mia idea è che ritengo che così come si è sviluppato l'interesse in termini di estetica e di comprensione della produzione artistica credo, e me ne sto occupando empiricamente, sono un medico dello sport , che un campo di ricerca potrebbe essere quello della pratica motoria in genere sportiva in particolare e di interferenza con lo sviluppo nuove forme di formazione specialistica e del possibile utilizzo in riabilitazione e di ristrutturazione motoria.

    Rispondi

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