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Trapianti di rene, la situazione a Parma

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Venticinque anni di trapianti a Parma. E’ l’importante traguardo  che si è celebrato nei giorni scorsi nella nostra città, con un convegno al Teatro Regio in cui si è ricordato il professor Gian Carlo Botta, chirurgo alla guida dell’équipe che nell’aprile 1986 eseguì il primo trapianto di rene a Parma.
A distanza di 25 anni, qual è la situazione della trapiantologia renale a Parma? Ne abbiamo parlato con Umberto Maggiore, responsabile della Struttura Semplice Trapianti Rene-Pancreas dell’U.O. di Nefrologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, diretta da Carlo Buzio.
Dottor Maggiore, dopo quel primo trapianto di rene dell’aprile 1986, Parma non si è più fermata. Qual è oggi la situazione per chi è in attesa di un trapianto di rene?  «Purtroppo il trend non è in crescita. A livello nazionale, nel 2010 ci sono stati meno trapianti rispetto al 2009. Però a Parma la situazione è stata migliore: nel 2010 ci sono stati 44 trapianti di rene (di cui 8 da donatore vivente), mentre nel 2009 ne erano stati fatti solo 36 (di cui 5 da donatore vivente). Nella Lista Unica Emilia-Romagna (i Centri Trapianto di Parma, Bologna e Modena hanno appunto una lista di attesa unica) sono stati eseguiti in totale 127 trapianti da cadavere nel 2010, e 139 nel 2009».
 Diverse, secondo Maggiore, le cause del calo di donazioni , e in parte legate, paradossalmente, al miglioramento della medicina. «Il problema della crescente discrepanza fra offerta e richiesta degli organi da trapiantare è in realtà, ameno in parte,  effetto dei progressi della neurochirurgia. Vi sono oggi, infatti, sempre meno pazienti la cui morte encefalica è dovuta a trauma cerebrale. La stragrande maggioranza dei donatori di rene da cadavere proviene invece da soggetti anziani la cui morte encefalica è causata da eventi  quali ictus ischemici e emorragie su base ipertensiva. Un altro problema riguarda la opposizione alla donazione, che, per fortuna, in Emilia-Romagna si verifica con una frequenza inferiore a quella della media nazionale, che è di circa il 30%. Nel 2010, leader regionale delle donazioni è stata proprio la Rianimazione di Parma, confermando una lunga tradizione in questo suo primato. In una situazione di carenza di donatori da cadavere, è di importanza fondamentale incoraggiare la donazione del vivente, la cui importanza non è mai abbastanza valutata quanto merita».
Per i soggetti in lista di attesa da oltre dieci anni, il Centro nazionale trapianti ha attivato recentemente una rete nazionale che sta riscuotendo ottimi risultati per il trapianto da cadavere, ma l’opzione del trapianto da donatore vivente acquista un’importanza sempre più grande e diventano quindi strategiche le nuove prospettive in questo campo apertesi anche a Parma. «Circa metà dei trapianti da vivente non si eseguono perché il ricevente è incompatibile in quanto  possiede anticorpi rivolti verso il donatore (anticorpi per il gruppo sanguigno o per il sistema HLA). Oggi grazie ai progressi della ricerca  e delle reti-trapianto disponiamo di varie opzioni per superare queste incompatibilità e procedere con successo al trapianto. Una opzione è offerta  dal protocollo Nazionale per il trapianto in modalità incrociata che prevede che coppie incompatibili si scambino i reni in maniera tale che ciascun ricevente abbia un trapianto compatibile. Questo protocollo potrebbe essere potenziato da quello, anch'esso del Centro Nazionale Trapianti,  della cosiddetta ''donazione samaritana'', che prevede di consentire la donazione di rene da parte di quei soggetti che lo facciano per mere ragioni altruistiche, senza conoscere chi sarà il beneficiario della donazione e, ovviamente, senza ricevere un compenso materiale. Ma anche per quelle coppie incompatibili con poche chance di beneficiare di tali protocolli, vi è ora, grazie ai  progressi recenti sulla diagnosi e sulla terapia antirigetto, la concreta prospettiva di accedere al  trapianto anche in presenza di incompatibilità di anticorpi come il trapianto ABO-incompatibile, eseguito per la prima volta in Italia proprio a Parma nel 2008».
 I trapianti ABO incompatibili possono avvenire tra soggetti di gruppo sanguigno diverso: nel caso del primo trapianto eseguito a Parma, il rene è stato donato dalla moglie, di gruppo sanguigno A1, al marito, di gruppo sanguigno 0. In questi casi, è necessario instaurare sul ricevente un trattamento desensibilizzante, che ha inizio circa un mese prima del trapianto. Il trattamento desensibilizzante prevede la rimozione di anticorpi dal sangue tramite una procedura detta aferesi e l'inibizione della produzione di anticorpi contro il gruppo sanguigno estraneo. Dopo il trapianto del 2008, in Italia sono stati eseguiti in tutto 5 trapianti ABO incompatibili, di cui tre a Parma. «In genere» spiega Maggiore, «la prospettiva di vita di un trapianto per un soggetto di età media (45 anni) nel caso di un rene proveniente da donatore vivente, supera i 20 anni». E anche il primo trapiantato ABO incompatibile sta bene: «continua a oggi ad avere una funzionalità renale buona».
 

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