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Carceri: a Venezia prima casa di reclusione per madri con bimbi

Carceri: a Venezia prima casa di reclusione per madri con bimbi
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Sarà pronta alla fine dell’estate a Venezia la prima 'Casa di reclusione donnà, dove le detenute possono vivere con i figli e le figlie in tenera età al di fuori delle mura del carcere.  «Un caso unico in Italia», ha sottolineato la vice segretaria generale del Consiglio d’Europa Maud De Boer, 'madrinà della nuova struttura. Oggi, alla vigilia dell’inaugurazione, De Boer, accompagnata dalla direttrice delle carceri di Venezia Gabriella Straffi, ha visitato il reparto maternità dove sono ospitate le madri con figli piccoli. La Casa, ricavata in un palazzo del '700 attiguo al carcere femminile della Giudecca, ne occupa metà pianoterra e il primo piano. Al termine dei lavori, bimbi e bimbe avranno a disposizione anche un grande giardino alberato, attrezzato per i giochi.

«Qui – ha spiegato De Boer – i piccoli possono abitare nella struttura non carceraria che comunica con la casa di reclusione, dove la mamma ha l’opportunità di lavorare». Nel carcere giudecchino, infatti, sono state create nel tempo diverse attività, tra cui una sartoria, una lavanderia, un laboratorio di cosmetica. «I figli dei carcerati non possono essere a loro volta detenuti: in questo modo i piccoli andranno ad esempio all’asilo come tutti gli altri, avendo poi la mamma con sè – ha sottolineato De Boer, da sempre impegnata nella promozione dei diritti dei bambini – Al Consiglio d’Europa dal 2010 abbiamo adottato le 'Linee guida per una Giustizia adeguata ai bambini: non quindi soltanto le norme contro la violenza e gli abusi sessuali, e non soltanto i minori che hanno commesso reati, ma tutte le situazioni in cui entrano in contatto con la giustizia, ad esempio quando hanno i genitori in carcere».
Un precedente, è stato ricordato, è la positiva esperienza dell’Icam di Milano, istituto per la custodia attenuata delle madri, esterno al carcere. «Attualmente sono una cinquantina i bambini in Italia a vivere la condizione carceraria – ha spiegato Gianni Trevisan, presidente della cooperativa 'Il cerchiò, attiva nel carcere della Giudecca – in buona parte le italiane ottengono gli arresti domiciliari, ma il problema resta nei casi in cui non possono essere concessi perchè le madri, per diverse ragioni, ad esempio nel caso delle detenute di etnia rom, non possiedono neppure un domicilio». Nel rapporto di familiarità instaurato con le detenute già nella scorsa visita, l’esponente europea ha promesso anche l’invio del suo «vecchio corredo, con bei ricami, in modo che la sartoria possa trasformarli in creazioni originali, che cominciano ad essere conosciute anche all’esterno».

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