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Certificati per lo sport: Parma tiene alta la guardia

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 Andrea Del Bue

Certificato di idoneità alla pratica sportiva agonistica: questione di cultura, non solo di salute. In Italia, esami certosini e guardia alta.  Con l’Europa che si adegua al Belpaese, prendendone esempio. Altra parte del globo, Stati Uniti d’America: non esiste un’idoneità obbligatoria all’attività fisica, ma solo un premio assicurativo che si alza se il soggetto è affetto da qualche patologia.
Dopo la tragica morte del 53enne podista  stroncato a Calestano durante la «Tartufo Trail» dell'altro ieri,  il tema dei certificati è più caldo e attuale che mai. Con l’età dell’agonismo (varia a seconda delle Federazioni, ma la media è 12 anni), in Italia è obbligatorio passare una serie di esami: visita clinica, misura pressione arteriosa, elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo (il cosiddetto «gradino»), esame delle urine e spirometria. In alcuni casi, si rende necessario un accertamento ulteriore; ad esempio, per chi corre in moto o in auto, così come per gli sciatori, è necessaria la visita neurologica. 
Oppure i subacquei, che devono essere sottoposti all’esame audiometrico. E così via. Se va tutto bene, viene rilasciato dal medico un certificato di idoneità a praticare sport a livello agonistico.  I ragazzi che non hanno ancora compiuto il diciottesimo anno d’età, per fare gli esami gratuitamente si rivolgono all’Ausl: a Parma l’ambulatorio è all’interno del palazzetto dello sport, in provincia ci sono sedi a Fidenza, Langhirano e Borgotaro. Se maggiorenni, oltre che nella struttura pubblica, si può andare, a pagamento (in media 50 euro), in uno dei dodici centri accreditati.
Quando lo specialista rileva qualche anomalia, formula un’ipotesi diagnostica e prescrive all’atleta accertamenti ulteriori. In caso di alterazioni elettrocardiografiche o di un «soffio» al cuore, ad esempio, si ricorre alla consulenza di un cardiologo per un’ecocardiografia o un esame sotto sforzo massimale, con cicloergometro o tapis roulant. Dopo i 40 anni, di norma, lo sforzo cui bisogna sottoporsi è sempre massimale, già dalla prima visita.
Nel caso di rinvio a ulteriori accertamenti, la delicatezza del medico è fondamentale: talvolta il paziente, soprattutto se giovane, si sente malato senza esserlo (tanto che, nel 2011, solo 3 atleti, su 15561 visite tra pubblico e privato, non hanno ottenuto l’idoneità: lo 0,2%) e nei genitori monta la preoccupazione. C’è addirittura chi pensa che, dopo il caso Piermario Morosini, il calciatore del Livorno morto sul campo, durante un incontro, il 14 aprile 2012, a causa di un arresto cardiaco causato da una displasia aritmogena del ventricolo sinistro, lo scrupolo dei medici sia eccessivo e che sia difficile ottenere un certificato di idoneità agonistica senza passare da esami più approfonditi. Niente di tutto questo. 
A garantirlo è Alberto Anedda, direttore del Centro di Medicina dello Sport di Parma: «Il caso Morosini non ci ha toccato particolarmente - sottolinea -, soprattutto perché in quel caso è stata accertata una patologia cardiaca, anche se di difficile riscontro. Gli eventi che hanno fatto alzare il livello d’attenzione, semmai, sono le morti senza una causa nota o eventi anomali quali la morte di un ragazzino davanti ad un videogioco o di atleti non sottoposti a particolari stress fisici come un portiere di calcio».
Sono i dati a dire che non è vero che il medico sportivo è sempre più restio a rilasciare l’idoneità alla prima visita. Confrontando i primi otto mesi del 2012 con lo stesso periodo del 2011, risulta effettivamente che a Parma ci sono state più richieste di esami suppletivi: si è infatti passati dal 6,53% di richieste di approfondimenti, all’8.47% (258 casi su 3046 visite nel 2012, rispetto ai 222 su 3397 del 2011). E’ vero anche, però, che ci sono cause precise. 
«Innanzitutto, da quest’anno abbiamo inserito i ragazzi undicenni della pallavolo e del basket, causando, pertanto, un aumento di prime visite sulle quali è doveroso prestare attenzione particolare - sottolinea Anedda -. C’è poi l’aspetto del sensibile aumento di ragazzi di colore, di cui conosciamo tutto a livello di morfologia di base, ma pochissimo sulle modificazioni strutturali indotte dall’esercizio fisico. Infine, non si può negare che cresce il numero di cardiopatie di tipo virale, soprattutto le miocarditi e le endocarditi, e sono aumentate le conoscenze relative alle cardiopatie su base genetica, soprattutto le canalopatie».
Ci sono altri numeri che portano il medico sportivo ad alzare la soglia di attenzione, quelli relativi alle morti improvvise dal 2000 al 2010: «Nei primi cinque anni, cinque casi accertati; dal 2005 al 2010, invece, praticamente il doppio - spiega Anedda -. Sono ancora in fase di studio le cause di morte improvvisa di questi atleti, ma è innegabile che fattori favorenti possano essere la globalizzazione delle attività sportive, l’innalzamento dell’età media dell’atleta che pratica agonismo e l’esasperazione del gesto atletico».
 

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