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Usa: nuovo test rivela quali pazienti in coma 'capiscono'

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Nicoletta Nencioli

WASHINGTON  – Un uomo in apparente stato vegetativo da 12 anni è stato in grado – grazie ad una nuova tecnica sperimentata da scienziati canadesi – di riconoscere il suo nome e persino il luogo dove si trovava: l’esperimento realizzato alla Western University nell’Ontario, apre per la prima volta la speranza di poter un giorno riconoscere quali pazienti in coma abbiano in realtà ancora qualche livello di coscienza.
Gli studiosi hanno utilizzato su tre malati in stato vegetativo un nuovo tipo di risonanza magnetica chiamato 'immagine funzionale magneticà: tutti e tre risposto, in modo affermativo o negativo, ad alcune domande basilari. Le risposte sono state date sotto forma dell’attivazione della regione cerebrale che era stata 'addestratà dagli scienziati ad attivarsi di fronte alle parole 'sì o 'nò.
Il paziente risultato 'più coscientè è stato Steven, un uomo in coma da 12 anni e ora di 38 anni di età: mentre era nel tubo magnetico e gli venivano letti e mostrati una serie di nomi con la domanda "E' questo il tuo nome?", il paziente ha indicato 'sì due volte al nome Steven. Ed un chiaro 'nò ai nomi Scott o Mike. Allo stesso modo quando gli si è chiesto: "Sei in un supermercato?, ha indicato 'nò. Ma ha risposto affermativamente alla domanda: "Ti trovi in un ospedale?".
Secondo il rapporto altri due malati sono stati in grado di dare risposte affermative, ma Steven è stato l’unico dei tre che ha replicato con chiarezza le risposte a cinque mesi di distanza: "Ciò ci dimostra che le sue facoltà cognitive sono state abbastanza preservate", ha commentato l’autore dello studio Lorina Naci.  "La nostra speranza – ha detto la ricercatrice specializzata in tecniche avanzate di risonanza magnetica – è riuscire a discernere e raggiungere i malati che sono 'intrappolati nel loro corpò. Vogliamo dare loro un qualche livello di autonomia nella loro vita".
Il rapporto mette in guardia dal fatto che ovviamente non tutti i pazienti in stato vegetativo mantengono qualche livello di coscienza. Il bioetico Arthur Caplan ha osservato che "è importante aver presente che i pazienti a cui è mancato l'ossigeno per un lungo periodo non sono presenti mentalmente in quanto il cervello è troppo danneggiato".
Lo studio evidenzia inoltre come con tutta probabilità gli stimoli sui pazienti in stato vegetativo possono aiutare: la famiglia di Steven ad esempio è sempre intorno al malato e gli parla in continuazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • giuliana

    14 Agosto @ 12.53

    La morte si ha quando il cuore smette di battere. E' stata inventata la morte cerebrale per dare una giustificazione all'espianto degli organi a cuore battente. Naturalmente l'espianto avviene senza anestesia iimmaginando (ma solo immaginando) una non consapevolezza.

    Rispondi

  • satirev

    14 Agosto @ 08.14

    Errata corrige: Eluana...

    Rispondi

  • satirev

    14 Agosto @ 08.13

    Povera Eliana, sacrificata all'ideologia.

    Rispondi

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