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Emicrania: chirurgia anziché farmaci

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Sconfiggere l’emicrania con un intervento chirurgico in anestesia locale. Sembra aprire a questa prospettiva il tipo di intervento - unico sul piano internazionale e con una percentuale di successo assai elevata - perfezionato in questi mesi presso la Sezione di Chirurgia Plastica del Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Parma.
«La procedura - racconta Edoardo Raposio, direttore della Sezione di Chirurgia Plastica del Dipartimento chirurgico - consiste nell’effettuazione in anestesia locale di una piccola incisione a livello dello scalpo, zona in cui sono presenti i capelli e nella quale eventuali cicatrici non sono visibili. Con l’utilizzo di un particolare endoscopio, si procede in maniera mini-invasiva a sezionare, al di sotto della cute, i sottili muscoli presenti, in base alla sede dell’emicrania. Si interviene nella regione della fronte in prossimità delle sopracciglia, sui muscoli depressore e corrugatore del sopracciglio e il muscolo procero, mentre nella regione occipitale si agisce sul muscolo occipitale».
La contrazione di tali muscoli - la cui attività è appositamente indebolita dall’intervento - risulta infatti essere la causa, in molti pazienti, dell’irritazione di alcuni nervi responsabili dello scatenamento degli attacchi di emicrania.
L'intervento dura circa 45 minuti, si completa con un punto di sutura e la degenza è di soltanto un giorno.
«Nei primi 15 pazienti operati – sottolinea Raposio - si è registrata una percentuale di successo pari al'80% dei pazienti trattati, con una completa scomparsa dell’emicrania o una significativa diminuzione del numero, della gravità, e della durata degli attacchi».
L'idea dell’intervento è nata dall’osservazione casuale - riportata per primo da Bahman Guyuron della Case Western University di Cleveland nel 2000 - che pazienti affetti da emicrania sottoposti per ragioni estetiche a chirurgia endoscopica volta al lifting del terzo superiore del volto riportavano, quale conseguenza dell’intervento, anche una riduzione o scomparsa degli attacchi di emicrania.
Da lì l’idea - sempre di Guyuron - di effettuare in pazienti affetti da emicrania parte del medesimo intervento di ringiovanimento della fronte non più a fini estetici ma terapeutici.
 «Tale approccio è stato validato da numerosi studi scientifici» spiega Raposio.
«Il nostro gruppo di ricerca ha migliorato la tecnica intervenendo in anestesia locale e totalmente per via endoscopica mediante una sola piccola incisione cutanea. A questo proposito abbiamo appena terminato la stesura di un lavoro riportante la nostra tecnica e casistica. Inoltre abbiamo ottenuto riscontri positivi in occasione di presentazioni scientifiche sia al Congresso Nazionale Congiunto della Società Italiana dei Chirurghi Universitari (Sicu), della Società Italiana Ricerche in Chirurgia (Sirc) e dell’American College of Surgeons - Italian Chapter, sia al XXVII Congresso Nazionale della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (Sisc), svoltosi nei giorni scorsi a Perugia». Gli obiettivi più immediati del gruppo di ricerca guidato da Raposio sembrano essere la validazione o meno della tecnica anche per la terapia delle cefalee tensive, ma, più importante, la divulgazione di tale possibilità terapeutica attualmente poco conosciuta.
«I pazienti candidabili - sottolinea Raposio - sono quelli affetti da emicranie farmaco-resistenti, ovvero pazienti nei quali non si riesce a ottenere una risposta terapeutica soddisfacente mediante i trattamenti farmacologici tradizionali, così come in pazienti nei quali la presenza di controindicazioni od effetti collaterali importanti impongono la ricerca di trattamenti alternativi. Risultati preliminari incoraggianti sono stati ottenuti anche in alcuni casi di cefalea tensiva, mentre per gli altri tipi di cefalea (quali la cefalea "a grappolo" o altre forme di cefalea secondarie) non vi sono indicazioni al trattamento chirurgico».
L’intervento apre a nuovi scenari anche sul versante del contenimento delle spese sanitarie.
«I risparmi economici correlati ai casi di successo dell’intervento sono rilevanti - sottolinea Raposio - sia in termini di riduzione della spesa sanitaria - correlata ad una diminuzione o sospensione della terapia farmacologica e visite specialistiche correlate – sia, soprattutto, in termini di riduzione o eliminazione di assenze lavorative e mancata produttività ad esse correlata. Non da ultimi vanno citati i benefici in termini di miglioramento di qualità della vita dei pazienti trattati con successo, conseguenti alla diminuzione o scomparsa dei sintomi e degli effetti collaterali dei farmaci».
 

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