Cultura

Compositore come presidente

Nicola Sani, il musicista illustra idee e progetti per l'Istituto Nazionale di Studi Verdiani

Compositore come presidente

Nicola Sani

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Alla guida dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani è stato chiamato nuovamente un compositore: dopo Ildebrando Pizzetti, che fu il primo presidente, all’atto della fondazione dell’Istituto è stato insediato da poche settimane Nicola Sani. Se per Pizzetti il significato della nomina aveva un valore soprattutto esemplare, nel caso di Nicola Sani, compositore vivacemente coinvolto nelle problematiche dell’attualità, questo incarico assume un altro significato, nel modo di rapportare il ruolo dell’Istituto ad una mutata realtà; gli stessi interrogativi che si intrecciano con la sua recente nomina a sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, ai quali Sani risponde con quella chiarezza di tratto che gli è propria.
«Che un compositore impegnato sul fronte della evoluzione del linguaggio si trovi a capo di una Fondazione lirica e pure di un Istituto come quello verdiano è indubbiamente una novità, in un panorama italiano che non ha mai fatto una scelta in questo senso, come invece è avvenuto in Germania, in Francia, in Austria dove ad artisti della nuova generazione sono stati assegnati incarichi significativi nell’organizzazione del sistema culturale; penso quindi che un certo radicalismo possa oggi guidare processi importanti della produzione. Tuttavia il percorso che mi ha portato alla Presidenza dell’Istituto verdiano è stata fortemente promossa dal Ministero beni culturali, direzione Istituti e Biblioteche, quale riconoscimento del mio impegno svolto nell’ambito della ricerca musicale e soprattutto della ricerca archivistica negli anni in cui sono stato presidente della Fondazione Scelsi di Roma. Un modo per restituire al mondo della ricerca e della musicologia uno dei più grandi tesori archivistici di uno dei più importanti musicisti del novecento. La Fondazione ha contribuito a riportare in Italia la figura di un compositore che all’estero ha goduto subito di grande stima, e ciò grazie alla ricostituzione di una sorta di compattezza al catalogo scelsiano facendo capire che Scelsi è stato un compositore molto importante già nella prima metà del novecento. Tra l’altro Scelsi è stato il primo ad usare la serie dodecafonica, prima di Togni e Dallapiccola».
Un’esperienza, dunque, che ha dato frutti molto significativi
Questo lavoro che ho portato avanti a Roma è stato il volano per tutto l’impegno del Ministero sul portale degli archivi del Novecento, realtà rilevante per quanto riguarda il patrimonio del nostro paese; paese che è stato abbastanza distratto per quanto riguarda i fondi archivistici appartenenti alla propria storia: a parte l’impegno della Fondazione Cini e quella intitolata a Nono di Venezia, per il resto tutto è andato all’estero. L’avere oggi ricondotto la ricerca su quelli che sono i fondi rimasti in Italia è un fatto molto importante. Partendo da una considerazione che per me è centrale, ciò che mi ha portato all’Istituto, che «un archivio non è un museo». Non è soltanto un luogo polveroso o legato esclusivamente alla ricerca e allo studio di documenti ma è un preziosissimo giacimento per la nuova creatività. Archivi come forma di incentivazione alla produzione. Questo è uno dei grandi fenomeni cui l’Europa culturale sta dando oggi un grande rilievo, nel senso del ruolo di una multimedialità che incroci varie esperienze.
Un cambiamento d’orizzonte: rivoluzione o continuità?
Da questo punto di vista l’ Istituto è un autentico giacimento perché è fondamentale connettere il grande tesoro che vi è conservato con la scena della performatività verdiana. Il mio progetto è quello di farlo diventare un Centro Giuseppe Verdi, senza perdere naturalmente la consistenza e la forza documentale; ma vorrei fare un’operazione analoga a quella che a Vienna è stata fatta con il Centro Arnold Schoenberg, ossia un luogo dove la documentazione di tipo archivistico si attiva e si connette con quella che è la prassi interpretativa e con tutto l’ambito delle arti performative.
Obiettivo estremo?
Naturalmente dire questo e farlo sono due cose diverse, ma è un’idea importantissima affinché questo Istituto possa avere un ragione di sviluppo in un futuro necessariamente collegato con il mondo produttivo e con quello della rappresentazione. Non può esserci più un Istituto a se stante e il mondo della rappresentazione verdiana lontano da esso.
Primo pensiero il Festival Verdi, naturalmente
Da quest’anno siamo molto orgogliosi di poter dire che dopo alcune settimane dal mio arrivo alla presidenza dell’Istituto siamo entrati in collaborazione organica col Festival Verdi e quindi saremo all’interno del festival con una serie di attività.
Cambia la sede
Al centro di questo processo c’è il cambio della sede, che non deve essere visto come un trasloco, ma un elemento strategico di un processo di evoluzione che va nella direzione che stiamo dicendo per trasformarlo in un luogo di rapporto con la creatività. Questo succede grazie all’accordo con l’Università, che metterà a disposizione un nuovo spazio adiacente a quello della Casa della Musica. Ciò significa entrare in un complesso dove grazie a questo innesto si può creare un nuovo polo musicale che ha come motore il senso di un centro di ricerca che si collega in maniera organica alle attività di spettacolo, di comunicazione, di divulgazione rendendo possibile una serie di attività che fino ad ora erano impensabili e soprattutto facendo dell’argomento Verdi un punto di raccordo con la spettacolarizzazione, con la prassi esecutiva. Vorrei un luogo dove uno studente, uno spettatore, un uomo di teatro trovano le modalità interpretative di messa in scena del «Macbeth» dall’inizio del secolo a Bob Wilson. Questo naturalmente potendo accompagnare questo tipo di ricerca a quella sul modo in cui Verdi è stato proposto da direttori e cantanti, dove questo possa unirsi ad un’analisi della vocalità non solo in termini musicologici ma anche acustici, spettrali: perché molte funzioni si sono mutate nel tempo, in funzione anche di una società che è cambiata. L’Istituto come uno snodo nel rapporto con la prassi interpretativa, esecutiva, divulgativa della musica di Verdi. In questo modo abbracciamo diversi campi: andiamo dalla musicologia, alla sociologia, al mondo dello spettacolo dal vivo, ai mestieri della vita musicale che ha in Verdi la figura emblematica. Un tema che attraversa la cultura e la trasformazione della società italiana. Avrebbe una valenza mondiale. A questo punto ha senso che Parma abbia Verdi al proprio centro, perché ne ha tutte le competenze. Creiamo una cosa unica nel nostro paese, mettendo insieme tutte le strutture che operano a Parma con l’Istituto come motore di competenza che ha la ricerca, la formazione – naturalmente penso al Conservatorio – la produzione, l’orchestra, la distribuzione. Questo sistema integrato non esiste nel nostro paese: abbiamo dei teatri, abbiamo dei festival che rimangono realtà isolate; se pensiamo all’importanza che ha Verdi abbiamo tutte le condizioni perché si possa sviluppare. Non occorre investire capitali. E’ un discorso di connessione e soprattutto di visione, importante pensando che in Italia vi sono tante situazioni inerti. D’altra parte vi sono già le premesse per questa evoluzione. Sono convinto che Pierluigi Petrobelli, con cui ho diviso una bella amicizia, avesse concepito questa lettura intermediale. Centro studi aperto nella formula, non focalizzato su un unico aspetto; credo, ad esempio, che il modo con cui la «popular music» si rapporta a Verdi potrebbe essere uno spunto interessante, se si tiene presente che la mia è la prima generazione che rende esplicito il fatto di essere cresciuta assieme alla musica extra colta. Non nascondiamo che insieme a Verdi ascoltavamo i Led Zeppelin. Noi cercavamo una sintesi tra questi due mondi. Oggi è organico. Oggi la cultura del «sound» è diversa, e credo che nel modo di affrontare il rapporto col suono vi sia una radice verdiana, perché la drammaturgia in Verdi è dentro al suono. Penso che di Verdi nella musica di oggi vi sia molto di più quanto si pensi... Un centro in cui anche la contemporaneità si confronti non in maniera storicistica ma in un senso di compresenza col materiale verdiano.
Un nuovo modo di concepire l’opera?
Sono convinto che l’opera rappresenti il nuovo spettacolo intermediale, il nuovo linguaggio della rappresentazione contemporanea in quanto convergono tutti gli elementi che fanno parte di una cultura che oggi sempre più verso l’integrazione di suono, immagine, spazio, rappresentazione. Cercare di coinvolgere elementi di linguaggio che possano convergere nel teatro d’opera. Essere parte di questa panorama evolutivo è qualcosa che in Italia manca per certi aspetti. C’è un ritardo nel nostro paese dovuto all’aver vissuto l’opera in una forma ripetitiva, ritardo che dobbiamo superare. Non sto facendo l’elogio delle attualizzazioni , spesso troppo gratuite: il problema è la coerenza.
I prossimi passi?
Sono arrivato all’Istituto con l’idea di portare un impulso e una nuova linea che coincide con questo trasferimento di sede: crescita, cambiamento d’indirizzo. La nostra attività subirà una variazione, ma senza traumi. Da un lato porteremo avanti tutti i progetti i corso, soprattutto le tante iniziative editoriali, con particolare riguardo agli epistolari. Un’attività imponente in rapporto alle modestissime risorse e ai limiti dell’ organico. Strutture più blasonate e ricche producono molto meno. Nessun timore quindi sul piano delle attività, compatibilmente con i tempi del trasferimento previsto per il gennaio 2016, in coincidenza con la ricorrenza verdiana. Dal punto di vista operativo ho avuto il conforto dell’unanimità del Consiglio, molto coeso nella condivisione dell’obiettivo. Non ho fretta in questa fase di proclamare una nuova nomina alla direzione scientifica anche perché grazie al lavoro fatto in passato e all’impegno del professor Emilio Sala, il cui mandato si è concluso a fine dicembre ritengo possibile prendere un respiro non essendovi la necessità di una situazione automatica.

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