Spettacoli

L'intervista a De André della Gazzetta di Parma (4 marzo 1997)

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(dalla Gazzetta di Parma del  4 marzo 1997)
 
di Cesare Pastarini

Lei canta le minoranze, il rispetto: si considera trasgressivo?
«Trasgressivo a ogni regola consuetudinaria, basti pensare alla sacralità dell'ospite in ogni civiltà arcaica, sono semmai le maggioranze con la loro pessima abitudine di contarsi, di rilevarsi numerose e potenti e quindi con il consenso peloso delle autorità di sentirsi in diritto di vessare e umiliare chi abbia comportamenti divergenti dai loro».

Cantando, cosa risolve?
«Risolvo soprattutto due necessità comuni a tutti gli uomini: quella di potermi esprimere, e la canzone me lo permette attraverso un genere letterario e musicale a me congeniali; e di guadagnarmi da vivere con un'attività anche divertente e gratificante».

All'archivio del nostro giornale si è aggiunta recentemente una fotografia: Adriano Sofri seduto sul divano di casa assieme ai giornalisti, alcuni istanti prima di entrare in carcere. In mano tiene «Anime salve». Un caso?
«Sofri molti anni fa dichiarò a un quotidiano che qualche mia canzone dei primi anni '60 aveva anticipato alcuni degli argomenti che sarebbero diventati in seguito temi fondamentali della rivolta del '68. Può quindi trattarsi di un caso il fatto che sia stato fotografato con Anime salve, ma non è affatto un caso che era nella lista delle persone che io desideravo ricevessero il disco».

Con Alessandro Gennari ha scritto «Un destino ridicolo», sancendo il suo debutto nell'editoria. Non dev'essere stato facile, per un cantante abituato a scrivere testi di quattro minuti, lavorare con uno psicoanalista, dai tempi decisamente diversi.
«Il testo di una canzone si muove negli spazi stretti che gli vengono lasciati dalla musica: è quindi necessario raccontare in modo coinciso, adoperando un linguaggio simbolico, quasi da ideogramma. La prosa ti concede tutto lo spazio che vuoi, ma quello che può sembrare un vantaggio rischia di diventare una trappola, tanto più in una forma letteraria come il romanzo, dove, se non sei più che abile, nello spazio di una decina di pagine ti puoi "mettere con le spalle al muro", come Shultz fa dire all'improvvisato romanziere Snoopy. Non a caso accanto a me c'era Alessandro, che nella vita avrà fatto lo psicoanalista una decina di volte. Il nostro è stato un incontro tra un romanziere con disposizioni analitiche e un cantautore necessariamente dotato di capacità di sintesi. Due orribili e marginali personaggi del romanzo descrivono, anche se frettolosamente, il senso di una collaborazione tra differenti attitudini: "... dicevano di lavorare bene in coppia perché uno di loro, quello che portava una cravatta dai colori vivaci, sapeva inventare e l'altro sapeva mettere ordine". Poi, scrivendo insieme, i ruoli si sono sovrapposti, si sono incrociati fino a invertirsi. Anche per questo è stata una splendida esperienza, decisamente evolutiva».

Torniamo alle sue origini: il prossimo album uscirà nel terzo millennio?
«Non guardo mai l'orologio quando scrivo: purtroppo lo guarda la casa discografica e ci punta sopra gli occhi come se fosse un tassametro. E' probabile, quindi, che entro il Duemila uscirà un mio nuovo album».

Come immagina la società del Duemila?
«Una società per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell'economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall'altra un'economia che si potrebbe definire del "dono", del mutuo scambio, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale.

Sempre più spesso leggiamo che lei salpa per la Sardegna: una fuga da Genova?
«Tutt'altro: è proprio il ritorno a una Liguria più antica, come me la ricordo alla fine degli anni '40, quando c'erano ancora più alberi che case, più animali che uomini. La natura sarda è molto simile a quella ligure, o per meglio dire la ripropone come era una volta, con il vantaggio di essere un piccolo continente di 24.000 kmq, abitato da poco più di un milione e mezzo di persone. Un paradiso quasi disabitato dove non si riesce semmai a capire come possa esistere un 16% di disoccupazione».

Con «Anime salve» prosegue il discorso della musica etnica. Ma i dialetti, secondo lei, separano o uniscono?
«Devo dire che solitamente sono le imposizioni autoritarie a disunire, anche all'interno di una nazione: così, per via di un editto di molti secoli fa che obbligò tutti i francesi ad adottare nelle scuole la sola lingua d'oil buttando a mare il provenzale, ancora oggi i cittadini del sud della Francia, che per strada parlano la lingua d'oc, hanno atteggiamenti politici contrastanti con il resto della nazione: votano per Le Pen, molti sono inspiegabilmente accesi monarchici; tutto ciò, probabilmente, per esibire un'identità differente, un'identità perduta molti secoli prima con il tentativo di sopprimere la loro lingua, la loro madre lingua».

Pensa che stiamo perdendo gli idiomi locali?
«Esiste soprattutto il pericolo di perdere un enorme patrimonio linguistico con la soppressione o la repressione degli idiomi locali, un patrimonio da cui la lingua italiana si nutre costantemente per non scadere a linguaggio esclusivamente mercantile o giudiziario. Il discorso sarebbe interessante, ma non credo possa essere argomento per una breve intervista».

Federalismo, secessionismo, Lega Nord: c'è chi prosegue con la sua opera di sgretolamento...
«Non necessariamente la richiesta di autodeterminazione di un popolo, di un'etnia, porta allo sgretolamento. E poi lo sgretolamento di che cosa? Dello Stato? Ma lo Stato non è che il pesantissimo involucro burocratico di una nazione, ne è l'organizzazione verticistica, con la divisione dei sudditi in classi sociali. C'è chi lo vorrebbe più grande, come gli europeisti, e chi lo vorrebbe più piccolo, come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di sentirmi partecipe di un grande privilegio: l'appartenenza alla razza umana. Per il resto, facciano pure loro. Certo, uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle ultime due guerre: perché sa, non sono mica i popoli, come vogliono farci credere, che si dichiarano guerra, sono proprio gli Stati. E, d'altra parte, una nazione europea, a ben vedere, esiste già e questi miei connazionali li frequento da decenni; pure con la gente padana ho consuetudini pluridecennali, anche se mi riesce difficile individuarli come entità nazionale a se stante. Comunque, facciano come credono, io mi riconosco in ogni mio simile, ricco o povero che sia, perché questa opera di sgretolamento, o quell'altra, di megastatalizzazione, seguono soltanto il ritmo convulso delle pulsioni economiche».

Permetta un'ultima battuta. Tutta la famiglia De Andrè sul palco: siete un po' come i Maldini...
«Anche come i fratelli Marx, o magari gli Strauss o i Mozart. Voglio dire che mi sembra normale che se i componenti di una famiglia svolgono la stessa attività si ritrovino insieme sul posto di lavoro. Forse per la prima volta, grazie a un calendario che ci obbliga a un percorso comune, riesco a parlare di più con entrambi i miei figli. E anche questa è una grande fortuna». 
 

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