Spettacoli

Pavarotti dossier: introduzione

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Questa l'introduzione del libro "Pavarotti dossier", scritto dal giornalista parmigiano Mauro Balestrazzi e pubblicato dal'editore L'Epos.

 

Può sembrare sorprendente che Luciano Pavarotti, dopo aver toccato livelli di popolarità planetaria senza precedenti per un cantante, abbia detto, poco prima di morire, di voler essere ricordato "come un tenore d'opera": precisazione apparentemente superflua per il tenore d'opera più famoso del mondo. In realtà, questo desiderio, confessato come una sorta di testamento spirituale, rivela la piena consapevolezza che il personaggio mediatico aveva finito col fagocitare l'artista, o quello che ne restava, relegandolo in secondo piano.

La risonanza universale suscitata dalla notizia della sua scomparsa conferma che Pavarotti apparteneva a quella casta di idoli universali cui hanno accesso pochi eletti: nei tempi più recenti, vengono in mente soltanto Lady Diana e Karol Wojtyla. Certo, nessun artista e nessun tenore d'opera. Quanto a lui, non sarà inutile ricordare che se proprio come tenore d'opera si era fatto conoscere nel mondo, era poi diventato "il grande Pavarotti" quando era passato dai palcoscenici dei teatri alle arene e agli spazi sterminati; dai faticosi ruoli del melodramma ai concerti che si aprivano anche alla popular music e al rock. Un percorso tappezzato di fama e denaro, ma senza ritorno.

E' stato detto che, grazie a Pavarotti, la musica operistica è arrivata al grande pubblico: affermazione che lascia il tempo che trova, perchè indimostrabile. Per riempirla di qualche significato, occorrerebbe poter provare che quei suoi concerti oceanici hanno portato nuovi spettatori nei teatri. E' bello che tante persone, magari poco sensibili al fascino del canto, si siano sinceramente emozionate ascoltando Pavarotti. Tuttavia, il fatto che oggi mezzo mondo - per non dire il mondo intero -  sia in grado di riconoscerlo immediatamente, quando qualche canale radiofonico o televisivo trasmette il suo "Nessun dorma" dalla Turandot, prova soltanto la straordinaria capacità comunicativa del soggetto e anche la sua abilità nel gestire e nel propagare la propria immagine. Quanto al diffondere la conoscenza della Turandot di Giacomo Puccini, è evidentemente un altro discorso.

Questo lavoro prende spunto dall'auspicio pavarottiano per tracciare una linea di confine fra il tenore e il personaggio, ribaltando le gerarchie fissate dalla popolarità mediatica. Forse è ancora presto per trovare a Pavarotti una collocazione definitiva nell'arengo tenorile dell'ultimo secolo; ma si può almeno ricostruire il suo percorso artistico, attraverso le note della cronaca e le voci della critica, tentando di inquadrare correttamente l'ingombrante figura, al di là degli eccessi che l'hanno sempre accompagnata nel bene e nel male. Il viaggio, significativamente, parte e finisce con Puccini: dalla Bohème del 1961 a Reggio Emilia, l'opera d'esordio, alla Tosca del 2004 a New York, il congedo dalle scene. In mezzo, 43 anni di trionfi, ma anche di contestazioni e polemiche. Con una precisazione: il nostro itinerario non uscirà mai dal teatro, perchè in questa sede i concerti dei "Tre tenori" e le adunate all'insegna delle contaminazioni dei generi non interessano.

Che posto occuperà Pavarotti in un'ideale storia dell'interpretazione melodrammatica? Nell'emozione che ha suscitato la sua scomparsa si sono confusi interventi estremi: da chi lo ha bollato come bluff mediatico, a chi non ha avuto dubbi a incoronarlo come "il più grande di tutti i tempi". L'opera accende forti passioni che non sempre si accordano con la misura e l'equilibrio nei giudizi. Qualunque cosa si pensi dell'uomo e delle sue scelte artistiche, comunque, nessuno vorrà negare il piacere che si provava ascoltando quella voce dall'inconfondibile colore d'argento. Del resto, se direttori come Herbert von Karajan e Carlos Kleiber erano felici di dirigere Pavarotti, un motivo ci doveva essere.

Mauro Balestrazzi

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