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Spettacoli

Bob Dylan, menestrello a chi?

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Bob Dylan, menestrello a chi?
dal nostro inviato
Francesco Monaco (Gazzetta 17-6)


Andrete a vedere Bob Dylan al Parco Ducale soprattutto per ascoltare «Like a rolling stone»? Potete stare tranquilli: la madre di tutte le canzoni rock compare regolarmente in ogni scaletta, come primo bis. Sperate di cantare in coro il ritornello di «Just like a woman»? Allora incrociate le dita, perchè la gemma più fulgida di «Blonde on blonde» trova posto spesso nella setlist, ma non sempre. Se invece il vostro sogno è che sotto il cielo di Parma risuonino le note di «Knockin' on heaven's door» accendete un cero perchè servirà un miracolo: la celeberrima ballata scritta per «Pat Garrett & Billy the Kid» finora non è mai stata eseguita nell'edizione 2010 del Never Ending Tour.
Ma la notizia più importante è un'altra e ha la priorità: a dispetto dei suoi 69 anni vissuti inafferrabilmente, Bob Dylan è in forma strepitosa. Energetico, sciamanico, teatrale, con un solco lungo il viso che sembra davvero un sorriso, colui che sempre più impropriamente ci ostiniamo a definire «menestrello» si concede al pubblico esattamente per quello che è (o noi crediamo che sia) oggi: la quintessenza del suo stesso mito, antologia vivente degli ultimi 50 anni di storia della musica popolare.
Lo show visto a Padova (al chiuso del nuovissimo Palasport anzichè all'Anfiteatro Camerini a causa delle previsioni meteo, anche se poi di «hard rain» ne è caduta solo dopo la mezzanotte) ha mostrato un Dylan perfettamente a suo agio nella parte del maestro di cerimonie, sorretto da una band robusta e vitale dove più ancora della pedal steel di Donnie Herron è la slide di Charlie Sexton - eccelso chitarrista di scuola «sudista» già con lui nel recente passato - il vero valore aggiunto: la voce di Dylan è cavernosa e piena di rughe, ma incide l'aria, i suoi assolo di armonica la lacerano, i suoi interventi all'organo la inondano di un groove quasi jazzistico (nel senso di attitudine all'improvvisazione) nell'interplay con Sexton e il batterista George Recile.
Il sound è quello degli ultimi dischi (da lui stesso prodotti sotto lo pseudonimo di Jack Frost), dove l'antica rabbia iconoclasta della svolta elettrica, l'irripetibile «suono selvaggio al mercurio» di «Blonde on blonde» e le atmosfere «paludose» dei suoi album con Daniel Lanois si sono fusi nell'intento (riuscito fin dove è possibile) di ridefinire le coordinate del rock americano del nuovo millennio di cui è ancora e sempre l'ispiratore principe.
Lungo pastrano nero con fila di bottoni dorati e risvolti rossi, cappello bianco a tesa piatta, in un'ora e quaranta Dylan ha pescato almeno un brano da tutti i suoi (tanti) album epocali, attaccando con «Leopard-skin pill-box hat» (altre volte il pezzo introduttivo è invece «Rainy day women #12 e 35») e marchiando subito a fuoco lo show: un rockblues potente e diretto che ha poi toccato i suoi punti più alti con una dilatata «The levee's gonna break» a tre chitarre (compresa la sua) e un'epocale versione di «Highway 61 revisited».Di «It's all over now, baby blue» e «Tangled up in blue» ha preso a schiaffi il ritornello, di «I'll be your baby tonight» ha offerto una robusta rivisitazione vagamente honky-tonk, di «Masters of war» ha regalato una versione sulfurea da brividi (caldi). In scaletta anche «I don't believe you», «Cold iron bounds» e «Under the red sky».E la dolcezza? Giusto un giro di valzer con «Workingman blues #2» (a dispetto del titolo). E la morbidezza? Appena il tempo di una versione reggae (!) di «Can't wait». Con «Thunder of the mountain» il boogie si scioglie in puro rock'n'roll: pubblico in visibilio, che con l'attacco inequivocabile di «Ballad of a thin man» corre ad accalcarsi sotto il palco. Ma è già tempo di bis: due superclassici del calibro di «Like a rolling stone» e di una devastante «All along the watchtower» (da tempo 'debitrice' alla mitica versione di Hendrix, ma non è una novità) inframmezzati dalla recentissima «Jolene», direttamente da «Together through life». Parole pronunciate tra un bis e l'altro? Quattro: «Thank you my friends» oltre alla canonica presentazione del suo quintetto. Ma senza quell'aria di sfida o di insofferenza che in anni passati rendevano i suoi concerti delle incognite: il Dylan visto a Padova è più di una certezza. Ieri ha replicato a Viareggio (oggi sapremo quante e quali canzoni ha cambiato) e domani sarà finalmente a Parma: varierà ancora la scaletta, ma con il repertorio che si ritrova, non è detto che sia un peccato.
 

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  • manlio

    19 Giugno @ 18.56

    Non tutti hanno la capacità di capire quando é il momento di andare in pensione.

    Rispondi

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