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Cinema recensioni - Australia: via col vento fino agli antipodi

Cinema recensioni - Australia: via col vento fino agli antipodi
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di Filiberto Molossi

C’era una volta in Australia: sulle ali dell’arcobaleno, nella terra di nessuno - mondo nuovissimo ancora da scoprire -,  una favola romantica fino alle lacrime che va (ogni riferimento non è puramente casuale…)  via col vento. 130 milioni di dollari spesi, oltre 5 mesi di lavorazione, tempeste di sabbia e diluvi improvvisi: il kolossal, I suppose. Ha il senso  - e il gusto - del grandioso, il nuovo, attesissimo, film di Baz Luhrmann, ma la sua pellicola più classica (lontana dai fasti di «Romeo+Giulietta» e «Moulin Rouge») è anche la meno riuscita e appassionante di una carriera folgorante costruita su appena quattro opere in sedici anni: omaggio (anche sincero) all’Hollywood che fu, quella dorata dei dolly magniloquenti e  degli spazi infiniti che ancora poteva permettersi il lusso di credere nei sogni, «Australia» è un filmone arioso ed epico che finisce troppe volte, una fiaba più stilosa che magica, con divi tonici (la palestra c’è e si vede…) e alla moda (Hugh Jackman e Nicole Kidman, belli e impossibili) innamorati più di se stessi che del progetto, un caleidoscopio di sequenze di grande effetto e impatto che non riesce però a domare l’insostenibile leggerezza del raccontare.
A tratti emozionante, ma sempre un po’ troppo, seppure volutamente, fasullo, artefatto, il film porta le lancette dell’orologio del tempo indietro ai primi anni ’40, là dove si dipana la storia eccezionale di Lady Ashley, aristocratica inglese che vola in Australia per recuperare il marito, trovandolo però cadavere. Con una proprietà di cui non sa che farsene e duemila capi di bestiame da trasportare sino in città, la dama decide di non arrendersi e, invece di ripartire col primo aereo, chiede aiuto a Drover, un mandriano che sa il fatto suo…
Sentimento, avventura, ironia, dramma, amore, guerra: privilegiate le maiuscole e i punti esclamativi, l’entusiasta  feuilleton di Luhrmann strizza l’occhio al «Il mago di Oz» (film centrale nell’immaginario collettivo non solo a stelle e strisce) e ne fa il suo sottotesto, citando il citabile tra chiari echi del vecchio e nuovo western (Jackman entra in scena come fosse Clint col poncho in uno dei capolavori di Leone), epopee alla David Lean e schermaglie prese in prestito da «La regina d’Africa» e dai duetti Tracy/Hepburn.
Il regista australiano sa come si monta la panna, ma le materie prime non sono di qualità eccelsa: se il film vive molto sull’ovvio (e a volte spiritoso) battibecco tra i due protagonisti - il rude bifolco dell’Outback e l’educata dama old England -, opposti che si attraggono ma che per la prima parte della pellicola «vanno d’accordo come fuoco e legna», il discorso razziale risulta un po’ forzato, appiccicato, e ralenti sotto la pioggia e bagliori di guerra fanno pensare più a «Pearl Harbor» che non a «Casablanca».
Illuminato in maniera antirealistica (il cinema come fiaba, come racconto popolare dove l’happy end è di rigore), vagamente turistico, «Australia», lungo quasi tre ore, finisce e ricomincia, dilungandosi senza senso (anche una volta chiuso il cerchio) nelle spire del melò: proteso però verso l’abbraccio infinito di chi sa che non c’è in natura avventura più grande - e più degna - dell’amore.
Giudizio: 2/5

SCHEDA
REGIA:  BAZ LUHRMANN
SCENEGGIATURA:  BAZ LUHRMANN, STUART BEATTIE, RONALD HARWOOD, RICHARD FLANAGAN
FOTOGRAFIA: MANDY WALKER
INTERPRETI: NICOLE KIDMAN, HUGH JACKMAN, BRANDON WALTERS, DAVID WENHAM, BEN MENDELSOHN
GENERE:  AVVENTURA
Australia/Usa 2008, colore, 2h e 45'
DOVE: CAPITOL, CINECITY, WARNER, ODEON (Salsomaggiore)

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