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Calexico, a Bologna trionfa il sound "mariachi"

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Band strana i Calexico da Tucson, Arizona. Band che, da quando è uscita dalla morsa della sperimentazione a tutti i costi, non fa che raccogliere sempre più consensi, vendere più dischi, riempire ogni sala. Band che dimostra come si possa arrivare al grande pubblico anche attraverso il circuito indie, i live, la bellezza della musica e l'affetto di chi ascolta. Band che è uscita indenne dall'ingrato compito di arrangiare e suonare alcuni pezzi di Bob Dylan per la colonna sonora di I'm Not There. Band che sorprende sempre.  In dodici anni, i Calexico hanno attraversato e cavalcato le atmosfere mariachi, la musica western, le suggestioni morriconiane, i canti popolari, il rock, la ballad, il pop easy listening e il soft rock americano mantenendo un'identità rara e uno stile inconfondibile.

A Milano, poco più di tre mesi fa, in un Rolling Stone gremito, Joey Burns era salito sul palco lentamente, in camicia bianca e gilet nero, e aveva inaugurato un live straordinario sospeso tra il soft rock e la ballad, tra le melodie e i suoni che fanno prendere il volo. Un rock elegante. Per tutti i palati, semplice all'ascolto e coinvolgente come pochi. (Guarda un concerto simile)

Venerdì sera, invece, è cambiato tutto. Estragon gremito: Burns sale sul palco in camicia rossa a quadri, come un qualsiasi mandriano del deserto (E si sa, l'abito fa il monaco molto più di quanto tutti credano). Lui alla chitarra e Convertino alla batteria. “Convict Pool”: un inizio in sordina che lascia di stucco il locale. La band di Tucson ama sorprendere.
Il concerto è senza soste, senza respiro, senza riflessione. Non più  ballad e al suono elegante come a Milano: qui si va direttamente al sodo. Trombe mariachi che fanno muovere il pubblico, ritmi incalzanti e un mix di arpeggi latineggianti e chitarre distorte che sembra catapultare gli ascoltatori in un romanzo di Cormack mcCarthy.  In bilico su quel filo che divide le suggestioni messicane e il rock più aggressivo.

Dopo pochi brani, arriva la sequenza Across the Wire – Sunken Waltz ed è fatta. Il pubblico è tutto loro. Canticchia il motivo di El Gatillo,  muove la testa sulla citazione di Arrivederci Roma in Minas de Cobre, balla su Roka, chiude gli occhi su Wash, considerato da tanti il primo successo della band, si esalta sul rock sparato di Letter to Bowie Knife e Deep Down. (Straordinaria la versione rock della mitica Not Even Stevie Nicks). Ci sono Two Silver Trees e The News About William, singoli estratti dal nuovo album Carried to Dust. E dallo stesso album Inspiracion, pezzo puramente messicano scritto e cantato dal trobettista Jacob Velanzuela. Alone Again Or, cover dei Love e pezzo amatissimo da puristi e non, è l'emblema del mix vincente dei Calexico.

La pedal steel guitar di Niehaus dà melodia ai ritmi costruiti dalla batteria di Convertino, dal basso di Zander e dalla chitarra di Burns. Sintetizzatore, vibrofono, tastiere, fisarmonica e trombe di Wenk e Velanzuela colorano e caratterizzano il suono e la telecaster di Depedro (che tra l'altro apre la tournée dei Calexico con il proprio progetto solista)  e chiudono il cerchio. Joey Burns è sempre più frontman, sempre più padrone della scena. Sembrano lontanissimi i tempi in cui, timidi, questi grandi musicisti si dedicavano quasi unicamente a pezzi strumentali. Ora sono una vera road band, un gruppo padrone del palco che conquista regolarmente il pubblico. Che ha attraversato ogni sentiero della musica americana. Che ama suonare, che si diverte. Fractured Air chiude il concerto dopo 17 canzoni. Ai bis la band presenta Victor Jara's Hands, altro bellissimo singolo di Carried to Dust, e Guero Canelo. Che i fans cantano dall'inizio alla fine. Qualcuno riesce anche a cogliere la citazione di alcune strofe di Desaparecido di Manu Chao all'interno del testo.

I concerti dei Calexico sono sempre unici. Pochi altri artisti hanno una tale capacità di attingere al proprio intero repertorio, di sorprendere, di dimostrare come la sperimentazione si può conciliare con lo spettacolo e con lo sugardo rivolto al grande pubblico. Che siano in versione ballad melodica come a Milano o che cerchino suoni più grezzi e “sinceri” come a Bologna, questi ragazzi di Tucson sanno come si tiene un concerto. Sanno come creare qualcosa di grande attingendo dalla storia della musica americana e amalgamando il tutto con quella creatività innovatrice così diffusa nel sudest degli Stati Uniti, ovvero l'area che da qualche anno è considerata, a torto o a ragione, la capitale mondiale della musica.
 
Emiliano Aimi

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