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Cinema recensioni - Revolutionary road

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di Filiberto Molossi
Scene da un matrimonio: nel sogno abortito di una coppia che ha tradito se stessa rinunciando a vivere la propria vita, le promesse non mantenute di un’intera generazione che preferì rifugiarsi in una borghese e «comoda» mediocrità piuttosto che tentare la «fuga» dalla propria ansia codarda di certezza, di «vile» sicurezza. A più di dieci di distanza da «Titanic», DiCaprio e la Winslet naufragano ancora: affogando questa volta nel mare piatto dell’omologazione, là dove il desiderio è represso e la verità mascherata. E non c’è scialuppa che ti possa salvare.
Complice il testo post fitzgeraldiano di Richard Yates (folgorante romanzo d’esordio - «ci vuole fegato per vedere l’assenza di speranza» - dello scrittore americano scomparso nel ’92), Sam Mendes va oltre il disfacimento familiare di «American beauty», girando con «Revolutionary road» un film crudele e universale sulla morte delle illusioni, denunciando, nella drammatica e umanissima parabola  di chi non riesce a partire né ce la fa a restare, la tragedia del conformismo, gabbia dorata in cui rinchiudere - per sempre - il proprio io negato.
Connecticut, anni ’50: giovani e belli, Frank e April sono una coppia brillante e apparentemente realizzata desiderosa di ergersi dalle convenzioni sociali del tempo. Ma la vita decide per loro e le cose non vanno secondo i piani: lui, impiegato come il padre, ricalca la sua stessa monotona esistenza indossando l’uniforme della banalità; lei, attrice fallita, si cuce presto addosso il ruolo di desperate housewife. Eppure April non rinuncia al sogno di cambiare vita: e medita di trasferirsi a Parigi con il marito. Il quale però non sembra così convinto di abbandonare tutto per un futuro incerto…
In una provincia immobile e «perfetta», buco del mondo che assomiglia ad ovunque, luogo non luogo  mai così «far from heaven», Mendes si aggira tra carta da parati e abiti color pastello, capelli con l’onda e villette minimal chic realizzando un film a tratti teatrale ma molto potente e incisivo in cui bere il calice del compromesso sarà più amaro del solito. Interamente giocato su colori chiari, tenui, naturali (la calma apparente e fasulla del «fuori» a fare da contrasto con le sanguinose tempeste interiori, «di dentro»), «Revolutionary road» - ricostruita alla perfezione un’epoca che è ieri ma idealmente anche oggi e domani (ottimo il lavoro degli scenografi e settima nomination all’Oscar per il costumista Albert Wolsky) -, richiama anche figurativamente la solitudine dei dipinti di Hopper (grande cantore del quotidiano a stelle e strisce) cogliendo, in modo sottile ma implacabile, la rinuncia (alle aspirazioni, ai sogni, a quel sé mai davvero espresso o realizzato) come condizione esistenziale, andando al di là delle ambizioni frustrate e dei falsi miti di una nazione che concede solo nei film (e ora nemmeno più lì) una seconda occasione.
Complici anche due interpreti bravissimi (alla Winslet, compagna nella vita del regista, basta guardare fuori dalla finestra per dare corpo e fisicità a un sentimento, a uno stato d’animo, a un’emozione…), ingiustamente dimenticati dai membri dell’Academy, la pellicola racconta senza sbavature ed eccessi la rivoluzione mancata di una coppia vittima («voi eravate differenti: sembravate speciali»…) dello stesso inganno che ha sempre odiato, per poi salire di tono - ferocemente -, quando il «matto» (un magnifico Michael Shannon, candidato all’Oscar, grillo parlante impersonificazione della coscienza smarrita di Frank ed April) è in scena. Fino a  chiudere in un crescendo durissimo che altro non è se non lo specchio impietoso di ogni fallimento. Di qua e di là dello schermo.
Giudizio 4/5

SCHEDA
REGIA: SAM MENDES
SCENEGGIATURA: JUSTIN HAYTHE dal romanzo omonimo di RICHARD YATES
INTERPRETI: LEONARDO DICAPRIO, KATE WINSLET, MICHAEL SHANNON, KATHY BATES, DAVID HARBOUR
FOTOGRAFIA: ROGER DEAKINS
COSTUMI: ALBERT WOLSKY
GENERE: DRAMMATICO
Usa/Gb, colore, 2008, 1h e 59'
DOVE: CINECITY, WARNER, CAPITOL

 

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