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Spettacoli

«Butterfly», essenzialità che conquista

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Gian Paolo Minardi   


Quel «basta bonzerie!» che Pinkerton , troppo ansioso di godersi l’intimità con la giovane sposa, impone ai chiassosi parenti che hanno invaso la casa sembra essere stato preso alla lettera da Daniele Abbado in questa sua rilettura di «Madama Butterfly» regolata sul filo di un’assoluta essenzialità, nelle scene e nei costumi, rispettivamente di Graziano Gregori e di Carla Teti, come nella condotta propriamente registica.
La scena, spogliata da ogni minimo elemento connesso a quel «colore locale» che Puccini ha assimilato entro la nuova misura drammaturgica instaurata con quest’opera, sfidando persino un rischioso oleografismo, si pone solo come un astratto contenitore, regolato essenzialmente dal movimento delle luci e dallo scorrere di pannelli che mutano le prospettive interne: scelta di sicura efficacia, nel modo con cui i trapassi appaiono coerenti con il trascolorare che avviene entro l’inquieto tessuto orchestrale e ancor di più con il movente drammatico; significativo il livido ingrigirsi della luce che avvolge il momento più lirico dell’opera qual è il duetto conclusivo del primo atto, come pure è comprensibile l’omogeneità dell’ambientazione tra i due atti, azzerando il contrasto solitamente evidenziato tra il clima festoso del primo e la desolazione che si coglie nel secondo, dopo tre anni di trepida attesa, perché in effetti, sembra suggerirci Abbado, il dramma c'è già fin dall’inizio, in quel sinistro rituale del matrimonio, gioco illusorio per la fanciulla cinico per l’americano.
Lettura determinata, senza dubbio, in quanto tende ad oltrepassare quella superficie più variegata che Puccini costruisce con puntigliosa attenzione, per giungere direttamente al nodo essenziale, al dramma, con una estrema schematizzazione che porta a ridurre meccanicamente gli interventi esterni, le varie apparizioni, dei convitati, dello Zio Bonzo, del Principe Yamadori, tutte come bloccate entro un grande ascensore. La massima concentrazione invece sui personaggi che assumono un risalto icastico in quegli spazi rarefatti, sullo sfondo di quei pannelli resi eloquenti proprio dalla loro nudità, muri che parlano, fino a registrare lo strazio finale attraverso le crepe che dilaniano il fondale. Ma lettura efficace, coinvolgente anche per la rispondenza col passo musicale regolato da Giampaolo Bisanti con mano attenta nel filtrare gli ingorghi emotivi, insidiosissimi - evitando così certi patetismi di maniera e magari rinunciando a qualche raffinatezza tra le tante offerte da questa mirabile partitura - e nel distendere la trama del tessuto lasciandone intendere la tensione insinuante, germinante fin dal ruvido motto iniziale; e ciò grazie anche alla ben riconoscibile aderenza alle sue intenzioni da parte della milanese Orchestra «Verdi», organismo di provata esperienza.
Entro queste coordinate drammaturgiche si collocava pienamente la protagonista, Svetla Vassileva, autorevole nell’incarnare più che gli abbandoni sognanti il rovello dello struggimento, l’intima drammaticità quindi, percepibile nelle stesse screziature un po' aspre del timbro. Equilibrato il Pinkerton di Salvatore Cordella e pure ben rispondenti la Suzuki di Akemi Sakamoto e lo Sharpless di Roberto De Candia. Una nota di merito anche al Coro «Claudio Merulo», istruito da Martino Faggiani, per la delicatissima apparizione «a bocca chiusa». Successo entusiastico.

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