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Lirica: due buone voci non bastano a «Lucia»

Lirica: due buone voci non bastano a «Lucia»
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Gian Paolo Minardi


Quando le ombre trapelanti dal velario abbrunato, sui suoni ferali del preludio, si svelavano es-
sere quelle di un impettito drappello di militari in divisa moderna - istintivo il pensiero ad una squadra di cadetti dell’Accademia di Modena - pareva giustificato un certo disorientamento, sospinto dall’interrogativo su quali strade immaginarie avremmo seguito la tragica vicenda di questa «Lucia» (ancora al Regio oggi alle 17 e in successive recite fino al primo marzo, ndr). Ma subito a frenare il timore subentrava la familiarità, ormai acquisita anche dal nostro pubblico (anche se in parte smentita dall’applausometro finale, quando alla ribalta è apparso il regista), con il cosiddetto «teatro di regia», con quell' approccio registico tendenzialmente erratico, portato ad aggirare una più diretta corrispondenza con il percorso musicale, per esplorare invece ragioni più segrete, più ipotetiche, a tentare anche corrispondenze più o meno pretestuose nell’attualità; da cui, quasi sempre, l’aggiornamento dei costumi secondo una moda più vicina a noi.
Come avviene, appunto, anche in questa lettura scenica di Denis Krief, un regista ammirato per la cifra originale che solitamente imprime alle sue rivisitazioni, fondendo il clima emotivo dell’opera e la sua ambientazione entro la stretta di una sintesi geometrica, concepita sempre con una ben riconoscibile cultura dello spazio mentre il ritmo narrativo viene ricomposto attraverso interventi drastici, provocatori anche, intenzionalmente contrastanti con il ben diverso filtro da cui muovono le suggestioni musicali.
Divaricazione ben percepibile nel caso di questa «Lucia» dove sembra annullata quella ambientazione scozzese, già romanticamente immaginata da Scott, che Donizetti riverbera in quella «tinta» così particolare, distillato di un incrocio di movenze diverse, anche convenzionali (certi rossinismi) - la situazione del nostro melodramma di quegli anni Trenta - avvolgendo la vicenda entro un alone di dolente patetismo, dal quale emerge come un miracolo il segno incantato e tragico di una melodia unica per la sua bellezza trafittiva, inconfondibile.  Motivo oltremodo stimolante per il regista quello centrale di «Lucia», ossia la pazzia, quindi lo sdoppiamento tra l’incombenza del reale e la fuga nel sogno, trapasso che Krief ha reso teatralmente senz'altro efficace grazie al tramite di quel velo scuro, calato a separare i due mondi, a proteggere la tragica protagonista, prigioniera della sua visionarietà. E pure efficace quella specie di morsa geometrica, scandita con ineluttabile fatalità, a stringere la scena, percorsa da livide luci, come sempre attento risultava il lavoro del regista sui personaggi. Troppo invadente, invece, la pressione simbolica, sia nella evocazione lirica - quel mare così presente da disturbare l’abbandono musicale - che nella declinazione grottesca (quei soldatini!).
Eccedenze registiche la cui pretenziosità è stata resa ancor più evidente da una temperie musicale non propriamente coinvolgente. La direzione di Stefano Ranzani si è mossa, infatti, quasi sempre rasoterra, senza mai prendere il volo, tesa soprattutto a far quadrare i conti (si fa per dire), da ciò la sensazione di piattezza e di grigiore che si poteva percepire da un’orchestra poco concentrata come pure dallo stesso coro, rispetto alle recenti, felici prove apparso più opaco. Ma i conti da far quadrare toccavano in particolare il versante vocale, evidentemente troppo disorganico e la prova del nove, ineludibile, era data dal Sestetto, arco di volta dell’opera, vanificato nella sua mirabile circolarità dai troppo evidenti squilibrii timbrici. Senz'altro molto riconoscibili i meriti di Désirée Rancatore nell’arduo ruolo protagonistico: cesella con mano fine e sensibile gli intarsi virtuosistici, gestendo con sapienza l’area proibita dei sovracuti, ma illumina soltanto una parte del volto di Lucia, quello ingenuamente trasognato, non trasmettendone gli strazi e la passione che Donizetti affida pure a questo raro personaggio; pareva insomma aleggiare ancora l’ombra di Olympia, l’hoffmanniana bambola meccanica di cui la Rancatore ha offerto un’interpretazione eccellente.
Nitido il profilo di Edgardo disegnato da Stefano Secco, ardimentoso nel gestire le tante difficoltà della parte, fino alle insidie del 'passaggio' di «O bell'alma innamorata» (dove cadde Pavarotti, alla Scala); purtroppo l’asciuttezza del timbro, povero di armonici («nomen omen»?) lo privava di quelle morbidezze e di quel trascolorare emozionale che ne fanno un appassionato personaggio romantico. Un troppo ruvido Enrico (Gabriele Viviani), un impacciato Raimondo (Carlo Cigni), un fragile Arturo (Francesco Marsiglia), un rigido Normanno (Angelo Villari) completavano, insieme a Grazia Gira (Alisa) un quadro, si è detto, piuttosto scompensato.

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