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Stanley Kubrick: il "monolito" fa ancora parlare di sé

Stanley Kubrick: il "monolito" fa ancora parlare di sé
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A dieci anni esatti dalla morte (il 7 marzo 1999), il cinema di Stanley Kubrick rimane un perfetto enigma, una scacchiera perfetta, segnata dalle traiettorie dei suoi film, delle sue idee, delle sue manie, come il levigato monolite di 2001:Odissea nello spazio, perfettamente inconoscibile nella sua totale, familiare estraneità al mondo degli umani.
Nel 1949 diresse il suo primo film, il cortometraggio sul pugilato Days of fight e affidò alla rivista Look (per cui lavorava come fotografo) il suo più inquietante e celebre autoritratto; nel 1959 scoprì il successo e le asprezze di Hollywood dirigendo Spartacus per volere dell’attore e produttore Kirk Douglas che lo aveva apprezzato in Orizzonti di gloria; nel 1969 si mise a lavorare sul suo progetto più famoso e controverso, Arancia meccanica; dieci anni dopo avviò la produzione di Shining (dal romanzo di Stephen King); nel 1999 infine lasciò come testamento il suo incompiuto Eyes Wide Shut (da 'Doppio sogno' di Schnitzler) che sarebbe stato distribuito nello stesso anno grazie all’intervento di Steven Spielberg, chiamato a firmare l’ultima fase del montaggio sulle indicazioni lasciate dallo stesso Kubrick.
 Era nato nel Bronx il 28 luglio del 1928 da genitori ebrei fuggiti dall’Austria in seguito alla prima guerra mondiale. Resta leggendario il suo esordio: un cortometraggio costato 3900 dollari e rivenduto alla Rko per 100 dollari in più. Con Orizzonti di gloria (1957) corre per l’Oscar e lo impone a Hollywood ma, dopo l’esperienza di Spartacus, Kubrick lascia per sempre, a sorpresa, l’America, stabilendosi in Inghilterra dove rimarrà fino alla morte. Non è mai stata chiarita la ragione di questo drastico e inaspettato ritorno all’Europa. Da un lato lo colpì profondamente il clima oscurantista dell’America di McCarthy; dall’altro scelse di ribellarsi al sistema degli Studios, affermando un’indipendenza creativa ed economica che obbligava ogni volta i dirigenti della Warner Bros (la casa di produzione a cui rimase sempre legato) a accettare sempre le sue condizioni. Questa libertà creativa discendeva dalla regola che si era imposto fin dagli esordi: realizzare le proprie idee solo quando era convinto che avrebbero avuto successo: abbandonò idee molto care (una biografia di Napoleone, un racconto della Shoah) quando si convinse che il pubblico le avrebbe trascurate.
La sua storia personale è molto meno emozionante di quella artistica, ben riassunta nella grande mostra itinerante che proprio in Italia – a Roma, nel 2007 – registrò il record di presenze con ben 160.000 visitatori: tre mogli, due divorzi e una lunga vita felice con l’ultima, la pittrice Christiane, che aveva conosciuto sul set di Orizzonti di gloria e da cui avrebbe avuto tre figli. Rinchiuso nella sua grande casa di campagna (dove è oggi sepolto) Kubrick trascorreva le giornate tra la sala di lettura, quella di proiezione, il suo laboratorio.
10 anni dopo la sua scomparsa (per molti non è mai morto), fiumi d’inchiostro hanno illustrato ogni aspetto della sua opera: lo scontro nell’essere umano tra apollineo e dionisiaco rivisitando la parte migliore e più attuale del magistero di Nietzsche; la passione per il cinema dei generi (stimava Kazan come il massimo regista americano di tutti i tempi); il desiderio di chiarire le pieghe dell’inconscio che lo spingeva a ritenere Kieslowski, Bergman e Fellini i massimi artisti nella storia del cinema; l’idea che il cinema dovrebbe assomigliare alla musica più che al teatro. Ma è necessario affiancare a questo teoria anche la passione di Kubrick per l’oggettività, per la tecnica. Senza questo aspetto non si comprenderebbe l'inesausto e spettacolare lavoro sulla luce e la profondità di campo (da 2001 Odissea nello spazio a Barry Lindon).
Non c'è un film, tra i 13 diretti in vita (più tre cortometraggi) che non stia nelle classifiche dei titoli più amati e celebrati di ogni tempo: a volte vinse lo scandalo (Stranamore, Lolita, Arancia meccanica), altre lo spettacolo (Spartacus, Shining); a volte la denuncia (Orizzonti di gloria,  Full metal jacket); altre ancora l’invenzione d’autore (2001 odissea nello spazio) o il genere (Rapina a mano armata, Spartacus), o la matrice letteraria rivisitata (Barry Lindon e Eyes Wide Shut), ma sempre trionfa un’inventiva che stravolge i canoni della narrazione e della visione. «Non c'è un’idea che possa essere pensata – diceva – e che non possa diventare un film».

 

 


 

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