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Pavarotti: grande tenore lirico o soprattutto personaggio mediatico?

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"Può sembrare sorprendente che Luciano Pavarotti, dopo aver toccato livelli di popolarità planetaria senza precedenti per un cantante, abbia detto, poco prima di morire, di voler essere ricordato 'come un tenore d'opera': precisazione apparentemente supeflua per il tenore d'opera più famoso del mondo. In realtà, questo desiderio, confessato come una sorta di testamento spirituale, rivela la piena consapevolezza che il personaggio mediatico aveva finito col fagocitare l'artista, o quello che ne restava, relegandolo in secondo piano".

Inizia così il ritratto di "Dossier Pavarotti" del  giornalista e appassionato melomane parmigiano Mauro Balestrazzi. Ed è questo il dubbio che accompagna l'intero libro, al quale è dedicata oggi - sulla pagina culturale della Gazzetta di Parma - la recensione di Gian Paolo Minardi.

VOCE MAGICA D'ARGENTO - di Gian Paolo Minardi

Già il titolo, «Pavarotti dossier» (L’Epos, pp. 268, euro 28,30) sembra mettere al riparo questa ultima fatica di Mauro Balestrazzi dalle turbolenze editoriali che sono andate scatenandosi dopo la morte del grande tenore. Non c'era da dubitarne, del resto, dopo le pregevoli prove offerte dal nostro scrittore coi due volumi dedicati rispettivamente a Toscanini e a Carlos Kleiber, esemplari per l’equilibrio con cui l’appassionata ammirazione per queste straordinarie personalità risulta filtrata attraverso una scrupolosa ricostruzione documentaria che consente una visione critica oltremodo articolata. Equilibrio dunque tra passione e rigore testimoniale che ritroviamo pure in questa sua nuova «fatica», se pur in termini invertiti, potremmo dire: nel senso che Balestrazzi più che dall’ammirazione illimitata per Pavarotti è mosso soprattutto dallo scrupolo di sottrarre l’immagine dell’artista, più precisamente del «tenore», da quell'ingombrante alone mediatico che è andato generandosi attorno al personaggio; frutto, non c'è dubbio, di scelte equivoche, nell’intreccio inestricabile quanto subdolo tra un preteso allargamento della fruizione culturale e le implicazioni economiche, destinato a concentrarsi nell’«evento». Motivi che dominano in maniera sempre più vistosa il nostro orizzonte, tra imbarazzi e reticenze. Per cui giustamente Balestrazzi si chiede se la strada imboccata da Pavarotti nell’intendimento di allargare gli spazi di ascolto, dal chiuso dei teatri alle grandi adunate nei parchi e nelle arene come pure il matrimonio tra lirica e rock abbia effettivamente portato ad un rinnovamento del pubblico; dubbio più che legittimo, che si dirama in altri interrogativi, non ultimo quello nato dal sospetto di un abile « escamotage» con cui far fruttare l’inesorabile declino dei mezzi vocali.

Sgombrato il campo da questo preambolo, Balestrazzi cerca di ritrovare il Pavarotti artista , ricomponendone il percorso con un rigoroso gioco di specchi, attraverso il riflesso delle testimonianze critiche. Ne esce un quadro sempre molto sollecitante in quanto nel comporre questo ricco tessuto l’autore si muove con oculatezza, non come distaccato notaio ma con l’intento critico di contestualizzare ogni apporto, di decantare così molti aspetti che l’ottica giornalistica tende fatalmente a esasperare. Come, ad esempio, è avvenuto quando, come una bomba, apparve sui giornali la notizia che Pavarotti non sapesse leggere la musica, dato che Balestrazzi ricompone con coscienza di causa, cogliendone ascendenze storiche, senza peraltro non scorgerne i limiti. Un passaggio questo tra la dimensione aneddotica e una più riflessa condizione reale che offre la misura con cui l’autore disegna la vicenda artistica del nostro tenore, scandita nella classica tripartizione ad arco - ascesa, apogeo, declino - che si offre ad una lettura sempre sollecitante, nel risveglio dei tanti umori distillati da una lunga sequenza cronachistica, sedimentata già in storia, se pur ancora risonante.

Un viaggio lungo il quale Balestrazzi ci accompagna come guida responsabile, declinando ogni passaggio - i tanti successi ma pure i momenti di crisi - sempre con passo sorvegliato, nel tenere a bada il premere di un suo più segreto sentire: unico sbotto quel perentorio «non scherziamo» di fronte al proposto paragone di «Pavarotti come la Callas», gesto subito ricomposto (ma pur significativo) nella stretta conclusiva dove l’immagine di Pavarotti affiora più che come quella di creatore di indimenticabili personaggi, in una più stringente essenzialità, avvolta da quella naturalezza d’istinto, soprattutto dalla argentea magìa di quel timbro che aveva sedotto i più grandi direttori, da Karajan a Kleiber.

E la domanda che apre e accompagna il libro è la stessa che giriamo ai nostri lettori appassionati di lirica (ma non solo, visti appunto i numerosi sconfinamenti di "Big Luciano" perfino nel campo della musica pop): Pavarotti è stato veramente un grande tenore o è stato soprattutto un personaggio mediatico? Un quesito che si accompagna al video che abbiamo tratto da You Tube: quel "Nessun dorma" che divenne quasi un inno personale di Pavarotti, e che in qualche modo è simbolo di questa doppia vita pavarottiana, sul confine fra pura lirica e popolarità mediatica. Scrivete il vostro pensiero nello spazio commenti di questo articolo

 

 

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