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Davide Van de Sfroos: «Intingo le mie storie folk nel Mississippi»

Davide Van de Sfroos: «Intingo le mie storie folk nel Mississippi»
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di Francesco Monaco

Quel ramo del lago di Como che volge al Mississippi è la culla degli straordinari personaggi che Davide Van de Sfroos canta nelle sue canzoni (in dialetto laghèe) e racconta nei suoi libri. E non tragga in inganno la distanza che separa il lago di provincia dal più grande dei fiumi: tra il Lario e la Louisiana c'è un ponte («El puunt» per dirla nel suo vernacolo) che il cantautore/cantastorie di Mezzegra ha attraversato idealmente per anni, fino a percorrerlo per davvero andando a sciacquare le sue ballate nel delta. Da lì è nato «Pica!», l'album dello scorso anno che ha definitivamente consacrato Davide «Vanno di Frodo» Bernasconi (Monza, classe 1965, sposato e padre di tre figli, una sfilza di premi Tenco in bacheca) come uno degli artisti italiani più importanti dell'ultimo decennio, senz'altro il più autenticamente libero e artisticamente indipendente: strofe come sceneggiature del miglior neorealismo di paese, rime baciate dalla struttura tronca del dialetto tremezzino, ma intinte nei colori e nei suoni della «big easy», tra un blues, un cajun e addirittura uno spiritual  («Pica!», che sta per «picchia», canto/lamento dei minatori della Valtellina).
Domani sera alle 21 Davide Van de Sfroos con la sua band sarà a Parma all'Auditorium Paganini (cornice inconsueta per il nostro pubblico abituato ad applaudirlo nelle feste estive della birra) in una data del suo tour teatrale promossa da Arci Organizzazione Spettacoli con il patrocinio del Comune di Parma - assessorato alle Politiche culturali - e già esaurita in prevendita (info: 0521 706214).


Che concerto sarà, lontano dagli umori (e dagli odori) delle sagre della Bassa?
«Devo fare una premessa - esordisce Davide al telefono - e dare atto al pubblico parmigiano, così come a quello emiliano in generale, di essere stato fondamentale nel darmi convinzione in ciò che stavo facendo: nelle feste tra Parma, Reggio e Modena ho trovato agli inizi della mia carriera un'attenzione e un entusiasmo che fino ad allora riscontravo solo nelle 'mie' piazze della Lombardia e del Canton Ticino».


Ma come ricreare in un auditorium pensato per la musica sinfonica l'atmosfera «hard folk» di quei concerti?
«Si può approfondire la voglia di raccontare e di raccontarsi tra una canzone e l'altra, anche  con qualche battuta 'improvvisata', instaurando con il pubblico un rapporto più intimistico, più attento alle sfumature, e recuperare magari certe canzoni dalla struttura più cantautorale. Ma 'La Curiera' ci sarà».
 

Pianoforte, fisarmonica, dobro, chitarra slide, banjo, l'immancabile violino del fido «Anga» Persico: è la classica strumentazione di una country-band.
«Non esiste la tradizione di un rock lariano: quando scrivo certe canzoni è ovvio che penso a delle tinte, a dei suoni e a degli arrangiamenti che esistono già, con i quali devo fare i conti e ai quali sono debitore, così come accade per altri artisti italiani, da Ligabue a Guccini, giusto per citare due grandi emiliani. Nel mio caso, quando sono andando di persona a suonare a New Orleans, mi sono accorto che questi due mondi non sono poi così distanti: sulle rive del Mississippi, nelle persone che ho incontrato là, ho trovato molti più punti in comune di quanto pensassi»


Il contrabbandiere Cimino e il gigolò di «L'Alain Delon de Lènn», come prima di loro il Genesio e Sugamara, restano però personaggi unici...
«Ed esistono davvero: il Cimino adesso fa la star e firma autografi anzichè stare nel suo bar a servire brioches al mattino. E si organizzano pellegrinaggi alla cooperativa di Lenno per incontrare l'«Alain Delon»!».


Tanti personaggi maschili, ma il lago di Como  è femmina. Perchè?
«Guardandone la sagoma sulla cartina, si vede bene che ha la forma di un essere umano che corre. Ma poi, vivendoci accanto, ci si accorge che è una donna: da come sa cambiare il colore degli occhi, da come può deprimerti ancor di più se sei triste, ma allo stesso può darti uno spiraglio di luce al primo bagliore dei raggi del sole. Allora però, diventa pericolosa e bisogna saperla controllare».


Pochi giorni prima del Festival di Sanremo si era parlato di un abbinamento con Marco Carta nella serata dei duetti, ma non se n'è fatto nulla. Perchè?
«Perchè ero impegnato in questo tour: hanno annunciato il mio nome prim'ancora di chiedermelo. La cosa buffa è che era già successo quando Povia cantò la canzone dei piccioni: m'invitò, ma anche allora ero impegnato in tour. Poi Povia vinse, come adesso ha vinto Carta:  evidentemente porto fortuna, a patto di non andarci».


Però Sanremo vuol dire tv:  è garanzia di popolarità...
«La tv aiuta, è un comodo palcoscenico e sarei ipocrita a dire il contrario. Ogni tanto la frequento, già dai tempi di 'Quelli che il calcio' quando il Como era in serie A. Però è giusto dire che a 43 anni sono contento del mio stile, di ciò che ho saputo costruirmi mattone dopo mattone, mantenendo sempre la mia libertà creativa: preferisco essere conosciuto da 50 persone per la mia musica, piuttosto che da 200 solo perchè mi hanno visto in tv».
 

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