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Cinema recensioni - Gran Torino

Cinema recensioni - Gran Torino
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di Filiberto Molossi
«Avete mai fatto caso che qualche volta si incontra qualcuno che non va fatto incazzare? Quello sono io».
Pensa spesso a voce alta, sputa per terra il suo disprezzo e chiede solo di essere lasciato in pace: e in un’America incancrenita dove il tempo non risparmia nemmeno gli eroi guarda figli e nipoti - sotto il portico della sua stessa (r)esistenza - mandare in malora i sogni che furono. A chi gli domanda «cosa fai?», risponde semplicemente «sistemo le cose»: perché sì, in questo folle mondo che corre più veloce della Gran Torino che lucida in garage, qualcuno lo deve pur fare.

E’ un personaggio enorme, gigantesco, summa mitologica di tutti quelli con cui finora l’ex pistolero di Leone ha tracciato un solco morale e riconoscibile sullo schermo, Walt Kowalski, ex metalmeccanico della Ford che litiga col barbiere mangia spaghetti e ne sa più della morte che della vita. Un sopravvissuto con i giorni contati, quasi un Callaghan invecchiato male, reduce di un Paese che non lo vuole più, consapevole però che ormai ci vuole più coraggio a comprendere un uomo che non a sparargli addosso.
 Anima, corpo e rughe (le cicatrici dei nostri rimpianti) dell’ultimo apologo capolavoro di un magnifico Clint Eastwood che, a 78 anni suonati, firma in calce un bellissimo film-testamento che è insieme lo spaccato senza fronzoli né punti e virgola dell’America oggi, nazione in guerra permanente, anche e soprattutto con se stessa, e una grande lezione «politica» sulle contraddizioni e le possibilità della società multietnica, là dove un giardino, un quartiere o addirittura un Paese (di cui i nostri quotidiani microcosmi non sono che la sfacciata metafora) va a rotoli solo se non te ne vuoi occupare, solo se non ne hai abbastanza cura.
Pieno di cose, di echi eastwoodiani (dalla trilogia del dollaro a «Un mondo perfetto», passando per «Gli spietati> e «Million dollar baby»),  molto diretto ma solo apparentemente semplice, arrabbiato eppure cosparso di riuscitissimi accenti ironici e di virile tenerezza, «Gran Torino» bussa, non invitato, alla casa di Walt, decorato nella guerra di Corea che, morta la moglie, dopo una vita alla catena di montaggio, beve birra in veranda «dialogando» col cane. All american man all’antica, la bandiera in vista e il fucile a portata di mano, Walt non vuole avere niente a che fare con i suoi vicini orientali, che lo guardano con un misto di curiosità e ammirazione. Cambierà idea quando Thao, un adolescente problematico, tenterà di rubargli la sua macchina sportiva, una Gran Torino del ’72…

Cucito sulla pelle di un uomo che guarda il mondo dritto negli occhi senza abbassare lo sguardo sul degrado di un’epoca violenta, quello di Eastwood (qui, forse per l’ultima volta, sia regista che interprete) è un film amaro e struggente sulla (im)possibilità di trovare pace (almeno in questa vita…), una pellicola etica e (se Dio vuole…) politicamente scorretta che si apre e si chiude con un funerale ma non concede l’estrema unzione alla speranza. La colpa, il rimorso, la xenofobia, il razzismo, i limiti della religione, il tradimento del patto inter-generazionale, il rapporto, centrale anche quando solo putativo, tra padre e figli: tesa la mano a un’America che fatica a superare gli incubi del passato, uccisa ogni giorno che passa dalla rabbia che si porta dentro, Clint va fino in fondo nella difesa della sacralità delle regole e del rispetto per gli altri. Regalandoci un bellissimo finale cristologico che riga la guance anche degli uomini veri, critici compresi. Perché questa volta, anche Eastwood lo sa, chi non piange è un vigliacco.
Giudizio 4/5

SCHEDA
REGIA: CLINT EASTWOOD
SCENEGGIATURA: NICK SCHENK
FOTOGRAFIA: TOM STERN
MUSICA: KYLE EASTWOOD E MICHAEL STEVENS
INTERPRETI: CLINT EASTWOOD, BEE VANG, ANHEY HER, CHRISTOPHER CARLEY, JOHN CARROLL LYNCH
Usa 2008, colore, 1 h e 56'
GENERE: DRAMMATICO
DOVE: CINECITY, WARNER E CAPITOL

 

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