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Bashmet, solista tra i Solisti

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Sembra davvero quasi il prolungamento del suo prestigioso strumento la compagine che Yuri Bashmet guida ormai da venticinque anni, con la stessa «nonchalance» con cui imbraccia la preziosa viola, espressione di un talento musicale di rara forza accattivante: stessa morbidezza di suono, dalle mille variegature, stessa precisione nel modo d’attacco del suono, quindi nella creazione di quel tessuto unico che sembra avvolgerti come un manto rassicurante; quello che I Solisti di Mosca hanno dispiegato l’altra sera al «Paganini» in un programma quanto mai variato, dove appunto prendeva corpo tangibile questa circolarità osmotica tra il direttore, il solista e il gruppo.
 Programma rivelatore anche di quella separatezza che contraddistingue la cultura musicale russa rispetto a quella orientale; a partire da quel Bach del «Terzo Concerto Brandeburghese» che pareva ignorare tutto il travaglio che ha accompagnato nell’ultimo cinquantennio gli interpreti, nella ricerca di una presunta, quanto utopica 'fedeltà', investigazione che ha toccato esiti anche estremi; avranno probabilmente avuto moti di ripulsa, l’altra sera, i fedeli di tale fondamentalismo filologico nell’ascoltare il discorso muoversi con una flessibilità, una sinuosità nel respiro delle dinamiche quanto nel velluto impalpabile del 'legato', tratti che invece abbiamo colto come un rasserenante invito, in quel vitalismo che si espandeva naturalmente, senza sovrapposte istigazioni, sospinto solo dalla felicità del far musica: felicità, ovviamente, riscattata grazie a quello straordinario prestigio strumentale.  Sarà stato pure un Bach «fuori moda» ma ci è parso vividamente eloquente, sottilmente esaltante.
 E «fuori moda» suonavano anche le due trascrizioni che seguivano, operazioni che trovavano (e trovano tuttora) appunto ricorrenza nella pratica musicale della Russia, con una sfida al gusto a volte discutibile; ricordo una trascrizione per pianoforte e orchestra fatta da Kabalevsky (a misura del sommo Gilels) della «Fantasia in fa minore» per pianoforte a quattro mani di Schubert, poco meno che esecrabile. Tale non era invece quella fatta da Balasov dell’«Arpeggione»: naturalmente mutava il rapporto di intimità che Schubert instaura tra l’ormai disusato e un po' misterioso strumento e il fortepiano le cui fragili sonorità il trascrittore ha amplificato attraverso gli archi, ma con discrezione, ben rapportata alla misura dell’eloquenza liberata con la sua impagabile qualità insinuante da Bashmet. Il cui scatto solistico ha poi trovato più scoperta evidenza nella rielaborazione di un Quartetto di Paganini, musica piacevole, attraversata dai riconoscibili riverberi operistici: la vera genialità Paganini la destina a quei prodigiosi «Capricci» in cui la tecnica, il virtuosismo si metabolizzano in vertiginosa invenzione.
Seguendo l’erratico programma il senso di quella 'separatezza' cui si è accennato sopra mutava direzione, questa volta in chiave di autenticità, perché il testimone era Caikovskij, musicista che gli interpreti russi - si pensi anche a Temirkanov - leggono attraverso una lente propria, che filtra sempre i fantasmi inquieti da cui é percorsa la partitura decantando la vocazione decadentistica - amplificata invece, e pur con forte suggestione, dalle letture occidentali - secondo quella linea di classicità che il compositore perseguiva, a contrastare - sosteneva- le asprezze 'dilettantistiche' della linea nazionalista incarnata da Mousorgskij.
 Su tale fondale consolidato ha reso vita l’altra sera «Souvenir de Florence», nella versione allarga dell’originario sestetto, senza che tale allargamento turbasse la freschezza del discorso che la compagine dei Solisti ha sciolto con assoluta felicità, delibandone le segrete fragranze e liberando le più vibranti accensioni.
Interminabili gli applausi ai quali Bahsmet e il suo formidabile gruppo hanno risposto con generosità, dapprima con un pensoso Adagio di Benda quindi con lo scatto esilarante di una Polka» di Schnittke, il grande musicista russo, scomparso da una decina d’anni, cui Bashmet fu particolarmente legato nell’interpretare quei suoi umori graffianti, dove il grottesco era spesso sinistro mascheramento, testimone di un drammatico disagio: al di là della 'separatezza'.

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