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Cinema recensioni - Fortapàsc

Cinema recensioni - Fortapàsc
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di Filiberto Molossi

«Quello che un giornalista deve fare è questo: informare». Mica è difficile diventare un film: o un nome in nota dentro un libro o una targa invisibile, su qualche muro. A volte basta poco: a volte basta fare bene il proprio mestiere. Che lì al fronte, a «Fortapàsc», non ti pagano per indossare una divisa: perché in mezzo alla guerra che nessuno ha dichiarato ci vai al massimo con carta e penna, un giubbotto di jeans, gli occhiali, la frangia da bravo ragazzo. E la coscienza civile di chi ha il coraggio di fare - «semplicemente» - le domande che vanno fatte. Perché è vero, in Italia di giornalisti ce ne sono di due tipi: gli impiegati e quelli - la minoranza -, che portano le notizie. E sì, rischiano: a volte l’ulcera, altre la pelle. A Giancarlo Siani non lo hanno scritto sul contratto, anche perché un contratto lui non lo ha mai visto: abusivo della «nera» per Il Mattino di Napoli, è stato crivellato di colpi una sera di settembre nel 1985. Cronista scomodo, si dice in questi casi: abbastanza, evidentemente, da finire ammazzato. Aveva qualche buona fonte, un buffo fuoristrada (una Mehari) e una morosa che, non senza ragione, faceva un po’ le bizze: e appena - Cristo santo - 26 anni.

Ha girato un film antieroico su un eroe borghese (suo malgrado e malgrado tutto), Marco Risi che, uscito con le ossa rotte dal biopic dedicato a Maradona (un grande flop), torna al cinema verità - quello che (da «Mery per sempre» a «Il muro di gomma») gli ha regalato le maggiori soddisfazioni -, per immergersi senza paura di sporcarsi nella Napoli pre Gomorra, Far West vesuviano ancora in cerca (come cantava in quegli anni Battiato) di un centro di gravità permanente dove anche la pioggia, invece di lavare, si trasforma subito in fango. Tangenti, mazzette, eroina, battaglie tra cosche, vendette, esecuzioni, pallottole vaganti: e la camorra che a Torre Annunziata fa quello che vuole. Finché Siani, giovane giornalista curioso, comincia a guardare dentro quel grande ingranaggio: e a tirare le fila della vergogna. Umano e sincero, puntuale e virtuoso nel prediligere i mezzi toni, «Fortapàsc» (bella idea scriverlo così) è un film pulito e non rassegnato che guarda negli occhi il destino, incorniciando, tra sangue e piombo, il ritratto serio ma anche affettuoso di un ragazzo come noi a cui bastò sedersi dietro una macchina da scrivere per ritrovarsi dalla parte giusta.

Privo di grandi spiccate autorali così come di k.o. emotivi - ma anche di inutili piagnistei e di eccessi melodrammatici (anche se qualche sequenza avrebbe potuto e dovuto essere asciugata maggiormente) -, il film di Marco Risi, che lo ha dedicato al padre, il mitico Dino, si giova della mano ferma in fase di sceneggiatura di Andrea Purgatori, l’uomo di Ustica, finendo col diventare, in via trasfigurata, anche un omaggio all’etica, né abusata né abusiva, di un’Italia precaria che si sbatte per due lire, senza inseguire una ricompensa che non sia quella di compiere, con la felicità della passione, il proprio, sottopagato, dovere. Lineare, attento, «Fortapàsc» schiera una serie di interpreti funzionali (sempre più interessante la Lodovini…), trovando in un Libero De Rienzo che sembra truccato da Lo Cascio un protagonista dalla necessaria sensibilità per dare voce, corpo e credibilità al fantasma di Siani: che ancora oggi, nell’epoca delle minacce di morte a Saviano, ci obbliga a domandarci in che razza di Paese viviamo.

Giudizio: 3/5

Scheda
Regia: Marco Risi
Sceneggiatura:  Marco Risi, Andrea Purgatori, Jim Carrington
Fotografia: Marco Onorato
Interpreti: Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri.
Genere: Drammatico
Italia 2009, colore, 1h48'

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