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Avati: "Noi, ragazzi di ieri molto più liberi di adesso"

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ROMA - «Racconto una generazione di giovani che non contavano nulla  e questo è stato per noi alla fine solo un privilegio. Eravamo  molto più liberi, anche di sbagliare, di quelli di oggi»: Pupi  Avati parla così del suo ultimo film «Gli amici del Bar  Margherita» (nelle sale da venerdì), che racconta, nella Bologna del 1954, una parte  della sua giovinezza.
Al centro del film quel Bar Margherita, luogo iniziatico per  maschi bolognesi nel dopoguerra, che era proprio di fronte a  casa sua, in via Saragozza, quando aveva 18 anni (ma per il film  è stato ricostruito a Cuneo).
Avati si rappresenta in Taddeo (interpretato nel film da  Pierpaolo Zizzi), diciottenne senza troppi scrupoli che sognava  di diventare frequentatore di quel mitico Bar, suo «pantheon  pieno di eroi» dove tutto sembrava decidersi.  Ne facevano parte: Al (Diego Abatantuono), il più  carismatico e misterioso del quartiere e con il suo ossessivo  tormentone «nel mio piccolo»; Bep (Neri Marcorè), ricco  quanto imbranato che si innamora dell’entreneuse Marcella (Laura  Chiatti) credendola una brava ragazza; Gian (Fabio De Luigi),  aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce (l'ipotetica  partecipazione al Festival di Sanremo); Manuelo (Luigi Lo  Cascio), ladruncolo e soprattutto erotomane che passa le ore  davanti ai negozi di lingerie e ha in dotazione gli occhiali K,  quelli con i quali «si vede nudo»; Zanchi (Claudio Botosso),  inventore delle cravatte con elastico, e Sarti (Gianni  Ippoliti), campione di ballo e non solo. E ancora, c'è la mamma  di Taddeo (Katia Ricciarelli, che proprio Avati «inventò» come attrice in «La seconda notte di nozze»), rappresentante di calzini, e il  nonno (Gianni Cavina), che nonostante l’età perde la testa per  un’avvenente maestra di pianoforte (Luisa Ranieri).
 «Ai miei tempi - dice ancora Avati - c'era una giovinezza sperperata, capace di divertirsi. Contavamo poco o nulla, ma eravamo come deresponsabilizzati. È molto diverso quello che è  successo poi nella generazione degli anni Sessanta. Da allora i  giovani sono diventati centrali, anche dal punto di vista  commerciale. Se piace a loro allora tutto va bene, ma per il  resto stanno molto peggio di noi».
 Al bar Margherita vigeva ovviamente un certo maschilismo scandito anche in un apposito decalogo:  «quelli della mia generazione avevano una certa diffidenza  verso la donna - spiega Avati -. Per quelli del bar la  donna era un elemento perturbativo, tranne quando diventava  fidanzata o moglie».  Ma il regista rivendica anche di essere ormai uno dei pochi  che racconta il passato: «siamo rimasti in pochi a non  raccontare il presente, al 99% i registi di oggi raccontano solo  quello. Mi sento un pò una vestale del tempo che è stato».
 Nel film le musiche sono di Lucio Dalla, un avvicinamento del  regista al suo concittadino cantautore che, come ha detto più volte, avrebbe  condizionato la sua vita. Di fronte al talento di Dalla, infatti, le  giovanili aspirazioni musicali  di Avati vennero ben  presto meno, facendogli preferire la carriera di cineasta. E per il cinema italiano è stato i certamente meglio così.

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