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Film recensioni

L'ultima ruota del carro

L'Italia semplice e vera delle persone comuni

Una foto di scena del film 'L'ultima ruota del carro' di Giovanni Veronesi

Una foto di scena del film 'L'ultima ruota del carro' di Giovanni Veronesi

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Filiberto Molossi
C'è la storia di uno nella storia di tutti, una di quelle vite fatte così, che ti sembra sia successo niente e invece è già accaduto di tutto, ne «L'ultima ruota del carro», l'ultimo film di Giovanni Veronesi: dal '67 a oggi con ostinata fiducia nel futuro e l’allergia al posto fisso, passando indenne (o quasi) nell’Italietta delle raccomandazioni, dei favori, degli aiutini. 
Storia vera, anzi verissima, di Ernesto Fioretti, che qui diventa Marchetti: tappezziere, cuoco negli asili, traslocatore, autista (nella realtà anche di Carlo Verdone...), persino comparsa per le fiction. Sposato con prole, un amico di sempre che si mette spesso nei casini e il «brutto vizio» di essere onesto. Che magari ti spacchi la schiena facendo mille mestieri e tuo figlio ai compleanni recita a memoria la formazione della Roma. 
Che poi un giorno ti dicono che hai un tumore e non è vero e un altro butti per errore un gratta e vinci da mezzo milione... Mentre fuori il tempo scorre, scappa in avanti: tra tuo padre che parcheggia davanti all’auto dove trovano Moro e l’Italia di Conti mundial, le monetine a Craxi e i plastici di Vespa. Uno di noi, un soldato semplice della vita, tra tanti caporali e pochi capitani coraggiosi, uno di quelli che il cinema non li racconta mai. Che poi, tra le musiche di Elisa e i dipinti di Mimmo Palladino, il merito più evidente della pellicola (che ha appena aperto il Festival di Roma) è proprio questo: eleggere a protagonista una persona normale, provando a raccontare, attraverso i suoi occhi, un’epoca, un Paese, una stagione. Ne viene fuori una commedia agrodolce e ottimista, segnata da una gran voglia di darsi da fare, di lavorare, che suona da esempio anche per l’oggi; un affresco esistenziale pubblico e privato sincero nella sua matrice popolare, nel suo stare in trincea dalla parte dei più, nel tracciare l’elogio non comune dell’uomo comune: ma nel quale, d’altra parte, Veronesi, nel tentativo di dissociarsi dai cliché dei suoi troppi manuali d’amore, prova a mirare più in alto senza però possedere il passo o la sensibilità di un Virzì (e tantomeno di Scola, a cui dice di essersi ispirato). Si ride, e a tratti, ci si riconosce: ma il bozzetto è dietro l’angolo e la tensione emotiva va a corrente alternata. Tanto che il mosaico di frammenti quotidiani regge soprattutto grazie all’ennesima, credibilissima, prova di Elio Germano, bravo vero.
Filiberto Molossi
C'è la storia di uno nella storia di tutti, una di quelle vite fatte così, che ti sembra sia successo niente e invece è già accaduto di tutto, ne «L'ultima ruota del carro», l'ultimo film di Giovanni Veronesi: dal '67 a oggi con ostinata fiducia nel futuro e l’allergia al posto fisso, passando indenne (o quasi) nell’Italietta delle raccomandazioni, dei favori, degli aiutini. Storia vera, anzi verissima, di Ernesto Fioretti, che qui diventa Marchetti: tappezziere, cuoco negli asili, traslocatore, autista (nella realtà anche di Carlo Verdone...), persino comparsa per le fiction. Sposato con prole, un amico di sempre che si mette spesso nei casini e il «brutto vizio» di essere onesto. Che magari ti spacchi la schiena facendo mille mestieri e tuo figlio ai compleanni recita a memoria la formazione della Roma. Che poi un giorno ti dicono che hai un tumore e non è vero e un altro butti per errore un gratta e vinci da mezzo milione...
Mentre fuori il tempo scorre, scappa in avanti: tra tuo padre che parcheggia davanti all’auto dove trovano Moro e l’Italia di Conti mundial, le monetine a Craxi e i plastici di Vespa. Uno di noi, un soldato semplice della vita, tra tanti caporali e pochi capitani coraggiosi, uno di quelli che il cinema non li racconta mai. Che poi, tra le musiche di Elisa e i dipinti di Mimmo Palladino, il merito più evidente della pellicola (che ha appena aperto il Festival di Roma) è proprio questo: eleggere a protagonista una persona normale, provando a raccontare, attraverso i suoi occhi, un’epoca, un Paese, una stagione. Ne viene fuori una commedia agrodolce e ottimista, segnata da una gran voglia di darsi da fare, di lavorare, che suona da esempio anche per l’oggi; un affresco esistenziale pubblico e privato sincero nella sua matrice popolare, nel suo stare in trincea dalla parte dei più, nel tracciare l’elogio non comune dell’uomo comune: ma nel quale, d’altra parte, Veronesi, nel tentativo di dissociarsi dai cliché dei suoi troppi manuali d’amore, prova a mirare più in alto senza però possedere il passo o la sensibilità di un Virzì (e tantomeno di Scola, a cui dice di essersi ispirato). Si ride, e a tratti, ci si riconosce: ma il bozzetto è dietro l’angolo e la tensione emotiva va a corrente alternata.
 Tanto che il mosaico di frammenti quotidiani regge soprattutto grazie all’ennesima, credibilissima, prova di Elio Germano, bravo vero.

 

Giudizio: 2/5

SCHEDA

REGIA:  GIOVANNI VERONESI
SCENEGGIATURA:  GIOVANNI VERONESI, FILIPPO BOLOGNA, UGO CHITI, ERNESTO FIORETTI
MUSICA: ELISA
INTERPRETI:   ELIO GERMANO, ALESSANDRA MASTRONARDI, RICKY MEMPHIS, ALESSANDRO HABER, SERGIO RUBINI
GENERE:  COMMEDIA
Italia 2013, colore, 1 h e 53’
DOVE: D’AZEGLIO, THE SPACE BARILLA CENTER, THE SPACE CAMPUS

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