festival di roma

Un «Tir» sulla corsia di «Sacro Gra»

Un altro riconoscimento dopo la vittoria a Venezia di "Sacro Gra"

Alberto Fasulo, vincitore del premio Marc'Aurelio d'Oro, con "Tir" al Festival di Roma

Alberto Fasulo, vincitore del premio Marc'Aurelio d'Oro, con "Tir" al Festival di Roma

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Dal nostro inviato
Filiberto Molossi
Roma come Venezia: anche nella capitale trionfa il docu/drama all’italiana. Ed è un’altra vittoria a sorpresa: in Laguna toccò a «Sacro Gra», qui è «Tir», l’opera seconda di Alberto Fasulo, a riempire d’orgoglio il cinema italiano. La storia, dal vero, di un insegnante (in realtà interpretato da un attore) diventato per necessità camionista: un film rigoroso (e un filo sopravvalutato) che mescola fiction e documentario, non riuscendo però in realtà ad appassionare davvero fino in fondo gli spettatori.
 Più giusti e corretti gli altri premi, a partire da quelli agli interpreti: lo strepitoso Matthew McConaughey, malato di Aids in «Dallas buyers club» (un gran film che ha vinto anche il premio del pubblico), e - provocazione geniale della giuria - Scarlett Johansson, migliore attrice in un film dove recita solo con la voce... E ancora: nella claudicante e poco solenne cerimonia di premiazione presentata da Anna Foglietta (e trasmessa su Rai Movie in diretta mentre su Twitter già giravano i verdetti...) ha fatto festa anche il giapponese Kiyoshi Kurosawa, miglior regista con un film di appena 60 minuti («Seventh code», a cui è andato anche il riconoscimento per il contributo tecnico), come anche (e questa è un’ottima notizia) il romeno «Quid erat demonstrandum», premio speciale della giuria.  Ben dati, infine, anche gli altri premi: quello per gli interpreti emergenti a tutto il cast dell’iraniano «Acrid» e alla sceneggiatura, vinto dal turco «I am not him». Meritata infine anche la menzione speciale al cinese «Blue sky bones». Questi i premi di un Festival, sempre sotto battuta e guardato a vista, che chiude con un bilancio complessivamente positivo, riscattando, con alcune mosse giuste, l’edizione molto problematica e povera di appeal dell’anno scorso. Se nel 2012 Marco Müller era subentrato in corsa e non aveva avuto il tempo necessario per predisporre un cartellone di un certo peso, questa volta l’ex direttore di Venezia ha ridato fiato e credibilità a una kermesse che ha dimostrato di poter avere un futuro. Per quanto disomogeneo e squilibrato, il concorso ad esempio (che qui ha sempre rappresentato, a differenza di quanto accade negli altri grandi festival europei, un tallone d’Achille) ha messo su un bel po' di muscoli: poter contare su titoli Usa fortissimi come «Her» e «Dallas buyers club» per la rassegna ha significato avere fondamenta solide su cui costruire un buon Festival. 
Per il resto, non troppo aiutato dagli italiani (piccoli e non particolarmente riusciti, nonostante il parere diverso della giuria), Müller ha però scovato qui e là alcune pellicole valide dando alla competizione (anche se forse sono troppi 18 film in concorso, alcuni peraltro «nascosti») un carattere da gara vera, nonostante sia chiaro che l’autorevolezza si guadagna anno dopo anno, in un lento ma sempre più accorto lavoro dietro le quinte. Accontentati poi i «duri e puri» con l’ultimo film del regista russo, recentemente scomparso, Aleksej Jurevic German, che ha meritato anche una lunga e interessante riflessione di Umberto Eco, l’ottava edizione del Festival ha avuto anche la forza di riportare le folle all’auditorium creando ad hoc l’evento da prima pagina «Hunger games», portando poi in passerella divi di assoluta grandezza come il premio Oscar 2013 Jennifer Lawrence, Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson (ma si sono visti anche Jared Leto e Rooney Mara), garantendosi inoltre il tutto esaurito anche grazie all’incontro col pubblico di Checco Zalone, il più amato dagli italiani. Una miglior distribuzione degli assi che si avevano in mano (ogni giorno occorre proporre qualcosa di grosso che permetta di far parlare di sè) e la presenza di qualche big che invece ha dato forfait (uno su tutti: Christian Bale) avrebbero poi permesso alla kermesse di ottenere maggiore visibilità sui media nazionali e non. Di fatto però la sensazione è che questo Festival sia destinato a non poter mai dormire sonni tranquilli: alcune nubi infatti si addensano all’orizzonte. Se da una parte c'è il rischio di un ennesimo cambio di date (per impegni precedenti delle sale dell’auditorium), dall’altra si dice che Müller potrebbe ascoltare le sirene che lo invitano a tornare a Locarno. Per Roma, afflitta dai tristi girotondi dei politicanti, sarebbe un peccato: visto che la strada intrapresa è quella giusta.
DAL NOSTRO INVIATO
Filiberto Molossi

 


Roma come Venezia: anche nella capitale trionfa il docu/drama all’italiana. Ed è un’altra vittoria a sorpresa: in Laguna toccò a «Sacro Gra», qui è «Tir», l’opera seconda di Alberto Fasulo, a riempire d’orgoglio il cinema italiano. La storia, dal vero, di un insegnante (in realtà interpretato da un attore) diventato per necessità camionista: un film rigoroso (e un filo sopravvalutato) che mescola fiction e documentario, non riuscendo però in realtà ad appassionare davvero fino in fondo gli spettatori. Più giusti e corretti gli altri premi, a partire da quelli agli interpreti: lo strepitoso Matthew McConaughey, malato di Aids in «Dallas buyers club» (un gran film che ha vinto anche il premio del pubblico), e - provocazione geniale della giuria - Scarlett Johansson, migliore attrice in un film dove recita solo con la voce... E ancora: nella claudicante e poco solenne cerimonia di premiazione presentata da Anna Foglietta (e trasmessa su Rai Movie in diretta mentre su Twitter già giravano i verdetti...) ha fatto festa anche il giapponese Kiyoshi Kurosawa, miglior regista con un film di appena 60 minuti («Seventh code», a cui è andato anche il riconoscimento per il contributo tecnico), come anche (e questa è un’ottima notizia) il romeno «Quid erat demonstrandum», premio speciale della giuria.  Ben dati, infine, anche gli altri premi: quello per gli interpreti emergenti a tutto il cast dell’iraniano «Acrid» e alla sceneggiatura, vinto dal turco «I am not him». Meritata infine anche la menzione speciale al cinese «Blue sky bones». Questi i premi di un Festival, sempre sotto battuta e guardato a vista, che chiude con un bilancio complessivamente positivo, riscattando, con alcune mosse giuste, l’edizione molto problematica e povera di appeal dell’anno scorso. Se nel 2012 Marco Müller era subentrato in corsa e non aveva avuto il tempo necessario per predisporre un cartellone di un certo peso, questa volta l’ex direttore di Venezia ha ridato fiato e credibilità a una kermesse che ha dimostrato di poter avere un futuro. Per quanto disomogeneo e squilibrato, il concorso ad esempio (che qui ha sempre rappresentato, a differenza di quanto accade negli altri grandi festival europei, un tallone d’Achille) ha messo su un bel po' di muscoli: poter contare su titoli Usa fortissimi come «Her» e «Dallas buyers club» per la rassegna ha significato avere fondamenta solide su cui costruire un buon Festival. Per il resto, non troppo aiutato dagli italiani (piccoli e non particolarmente riusciti, nonostante il parere diverso della giuria), Müller ha però scovato qui e là alcune pellicole valide dando alla competizione (anche se forse sono troppi 18 film in concorso, alcuni peraltro «nascosti») un carattere da gara vera, nonostante sia chiaro che l’autorevolezza si guadagna anno dopo anno, in un lento ma sempre più accorto lavoro dietro le quinte. Accontentati poi i «duri e puri» con l’ultimo film del regista russo, recentemente scomparso, Aleksej Jurevic German, che ha meritato anche una lunga e interessante riflessione di Umberto Eco, l’ottava edizione del Festival ha avuto anche la forza di riportare le folle all’auditorium creando ad hoc l’evento da prima pagina «Hunger games», portando poi in passerella divi di assoluta grandezza come il premio Oscar 2013 Jennifer Lawrence, Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson (ma si sono visti anche Jared Leto e Rooney Mara), garantendosi inoltre il tutto esaurito anche grazie all’incontro col pubblico di Checco Zalone, il più amato dagli italiani. Una miglior distribuzione degli assi che si avevano in mano (ogni giorno occorre proporre qualcosa di grosso che permetta di far parlare di sè) e la presenza di qualche big che invece ha dato forfait (uno su tutti: Christian Bale) avrebbero poi permesso alla kermesse di ottenere maggiore visibilità sui media nazionali e non. Di fatto però la sensazione è che questo Festival sia destinato a non poter mai dormire sonni tranquilli: alcune nubi infatti si addensano all’orizzonte. Se da una parte c'è il rischio di un ennesimo cambio di date (per impegni precedenti delle sale dell’auditorium), dall’altra si dice che Müller potrebbe ascoltare le sirene che lo invitano a tornare a Locarno. Per Roma, afflitta dai tristi girotondi dei politicanti, sarebbe un peccato: visto che la strada intrapresa è quella giusta.

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