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I Negrita fanno «Bum bum bum» e tutto il Regio è in piedi a ballare

Negrita al Regio

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Giulia Viviani
Acustico sì, da salotto per niente. Partiamo col dire che i Negrita venerdì sera al Teatro Regio hanno fatto il tutto esaurito, e già non è poco di questi tempi, ma come se non bastasse sono riusciti anche a far stare il pubblico in piedi per buona parte del concerto. 
Dopo un inizio «di rodaggio», è lo stesso Pau a suggerire la rotta: «Questo è uno dei teatri più belli che abbiamo visto, ci rendiamo conto che siate rapiti dalla magnificenza del luogo, ma voi siete sempre il pubblico dei Negrita: fatevi sentire!». E la platea non se l’è fatto dire due volte. A scaldare con grande eleganza sono «Bonanza», canzone dell’album d’esordio che porta il titolo di una famosa serie televisiva western americana, e un pezzo da novanta come «Ho imparato a sognare» che fa immediatamente sfoderare al pubblico fotocamere e telefonini. Una partenza emozionale, che cala lo spettatore nella dimensione teatrale, fatta di luci semplici ma perfettamente studiate, di un suono meno ruvido del solito che si accompagna alla voce sempre intensa e senza sbavature di Pau.
Arriva «Bum bum bum», a portare un tocco di quel blues che la band masticava nei primi anni Novanta, poi «Malavida en Buenos Aires» in versione swing manouche, con evidente omaggio al mitico Django Reinhardt. Spunta anche il primo inedito dell’album «Deja vù», «Anima lieve», dopo «Brucerò per te» e «Che rumore fa la felicità?»; poi Drigo con la sua chitarra si lancia in «Splendido», pezzo la cui intensità viene sottolineata da un suggestivo gioco di luci per cui si sfoderano addirittura delle mirror ball. Seguono «Il libro in una mano, la bomba nell’altra» e «Sale». Ma il tempo per affondare nelle poltroncine del Regio sta finendo, lo show cresce d’intensità di canzone in canzone con il pubblico che non si accontenta più di cantare e muovere i piedi ma alza le mani, incita, batte il tempo e infine, si alza. Quello che già era evidente sui palchi e in loggione, diventa letteralmente plateale: tutto il teatro è in piedi. E balla. Il ritmo è quello di «Soy Taranta», brano dal sapore caldo e meticcio, tra Salento e Sudamerica, poi tocca a «Radio Conga», seguita da uno dei pezzi probabilmente più amati, la sensuale e romantica «Magnolia». Sorprende una versione completamente rivisitata di «Mama maè» e improvvisamente ci si rende conto che quello che era iniziato come il classico concerto acustico a teatro di una band pop rock, sta diventando quasi il live elettrico che ci si aspetta in un club. 
«Dannato vivere» e «La tua canzone» traghettano verso un finale dove non può mancare l’accento reggaeton di «Rotolando verso sud». E come previsto, il tutto si conclude con una «Gioia infinita». Quella di tutti. 
Giulia Viviani

Acustico sì, da salotto per niente. Partiamo col dire che i Negrita venerdì sera al Teatro Regio hanno fatto il tutto esaurito, e già non è poco di questi tempi, ma come se non bastasse sono riusciti anche a far stare il pubblico in piedi per buona parte del concerto. Dopo un inizio «di rodaggio», è lo stesso Pau a suggerire la rotta: «Questo è uno dei teatri più belli che abbiamo visto, ci rendiamo conto che siate rapiti dalla magnificenza del luogo, ma voi siete sempre il pubblico dei Negrita: fatevi sentire!». E la platea non se l’è fatto dire due volte. A scaldare con grande eleganza sono «Bonanza», canzone dell’album d’esordio che porta il titolo di una famosa serie televisiva western americana, e un pezzo da novanta come «Ho imparato a sognare» che fa immediatamente sfoderare al pubblico fotocamere e telefonini. Una partenza emozionale, che cala lo spettatore nella dimensione teatrale, fatta di luci semplici ma perfettamente studiate, di un suono meno ruvido del solito che si accompagna alla voce sempre intensa e senza sbavature di Pau.Arriva «Bum bum bum», a portare un tocco di quel blues che la band masticava nei primi anni Novanta, poi «Malavida en Buenos Aires» in versione swing manouche, con evidente omaggio al mitico Django Reinhardt. Spunta anche il primo inedito dell’album «Deja vù», «Anima lieve», dopo «Brucerò per te» e «Che rumore fa la felicità?»; poi Drigo con la sua chitarra si lancia in «Splendido», pezzo la cui intensità viene sottolineata da un suggestivo gioco di luci per cui si sfoderano addirittura delle mirror ball. Seguono «Il libro in una mano, la bomba nell’altra» e «Sale». Ma il tempo per affondare nelle poltroncine del Regio sta finendo, lo show cresce d’intensità di canzone in canzone con il pubblico che non si accontenta più di cantare e muovere i piedi ma alza le mani, incita, batte il tempo e infine, si alza. Quello che già era evidente sui palchi e in loggione, diventa letteralmente plateale: tutto il teatro è in piedi. E balla. Il ritmo è quello di «Soy Taranta», brano dal sapore caldo e meticcio, tra Salento e Sudamerica, poi tocca a «Radio Conga», seguita da uno dei pezzi probabilmente più amati, la sensuale e romantica «Magnolia». Sorprende una versione completamente rivisitata di «Mama maè» e improvvisamente ci si rende conto che quello che era iniziato come il classico concerto acustico a teatro di una band pop rock, sta diventando quasi il live elettrico che ci si aspetta in un club. «Dannato vivere» e «La tua canzone» traghettano verso un finale dove non può mancare l’accento reggaeton di «Rotolando verso sud». E come previsto, il tutto si conclude con una «Gioia infinita». Quella di tutti. 

 

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