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lirica

Echi di cinema per Pagliacci e Gianni Schicchi

Il regista Federico Grazzini si ispira alla settima arte e ambienta i due titoli negli anni '50 e '60

Bozzetto -  Gianni Schicchi

Bozzetto - Gianni Schicchi

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Mara Pedrabissi
Tu se' Pagliaccio/ Vesti la giubba e la faccia infarina/ La gente paga e rider vuole qua/ E se Arlecchin t'invola Columbina, / ridi, Pagliaccio e ognun applaudirà!». The show must go on: lo spettacolo della vita deve continuare, le tragedie si camuffano sotto una maschera di farina. Il teatro è la vita, la vita è teatro come ha dipinto con pennellate di verismo Ruggero Leoncavallo nei suoi «Pagliacci» (1892). Incominci lo spettacolo, dunque, sul palcoscenico del Teatro Regio: inaugurazione domenica 12 gennaio con l'opera di Leoncavallo in un'allettante quanto inconsueta abbinata con «Gianni Schicchi» di Puccini. Al regista Federico Grazzini il compito di accostare i due titoli in un quadro organico, dialogante.

Federico Grazzini, da cosa è partito per costruire lo spettacolo?

«Sicuramente dallo studio, dall'analisi della drammaturgia musicale di queste due opere diverse per molti aspetti ma per altri in perfetta continuità. Abbiamo cercato con lo scenografo Andrea Belli, la costumista Valeria Bettella e il light designer Pasquale Mari di trovare da subito un filo rosso che le potesse tenere insieme, a partire dall'ambientazione. Il contesto italiano che va dal primo Dopoguerra agli anni Sessanta ci è sembrato il periodo più appropriato per collocare le due storie e avvicinarle al pubblico di oggi».

Nelle sue note di regia, sostiene che fondamentale è stato il riferimento al cinema italiano. Ci può spiegare meglio?

«Il riferimento al cinema è stato fondamentale perchè il cinema ha raccontato l'Italia di quegli anni più di ogni altro linguaggio espressivo, testimoniando con registri diversi l'evoluzione della società. Il cinema neorealista e la commedia degli anni Cinquanta (film come Vita da cani di Monicelli e Steno o Luci del varietà di Fellini) sono stati il punto di partenza per Pagliacci. La commedia all'italiana degli anni Sessanta e Settanta il riferimento principale per Gianni Schicchi. Il neorealismo, e la commedia di derivazione neorealista, hanno sicuramente degli elementi in comune con il “verismo” di Pagliacci a partire dai protagonisti che appartengono ai ceti più bassi della società. In Gianni Schicchi invece esiste un legame evidente con la comicità della Commedia all'italiana per quanto riguarda i temi e anche la modalità con cui vengono trattati. Anche in quest'opera di Puccini gli argomenti drammatici sono trattati in termini comici, ironici, umoristici».

Una delle ultime frontiere del teatro oggi è la commistione di genere con tecniche differenti, a partire dal cinema. Lei stesso ha utilizzato filmati per la regia dell'Olandese Volante di Wagner, pochi mesi fa. Lo farà anche qui?

«In questo dittico non abbiamo utilizzato filmati. Rispetto all'Olandese è un lavoro sicuramente più artigianale. Con lo scenografo non abbiamo sentito l'esigenza di utilizzare il video in questi due titoli proprio per la loro spiccata teatralità. In Pagliacci abbiamo privilegiato un approccio che sta tra il realismo e il metateatro, dichiarando talvolta la finzione scenica. In Gianni Schicchi invece ci siamo trovati davanti ad un congegno teatrale perfetto che necessita solo di un cast all'altezza della scrittura drammatica e fortunatamente a Parma lo abbiamo trovato. A tecniche differenti questa volta ho attinto per quanto riguarda la recitazione, proprio per sottolineare la diversità dei generi: in Pagliacci più realistica mentre in Gianni Schicchi più grottesca e stilizzata».

Puccini era toscano. Lei è toscano: le "radici" sono importanti, hanno contribuito a generare la sua passione per la lirica?

«Sono nato a Fiesole e cresciuto in Toscana tra Firenze e l'Appennino. Sicuramente le mie radici hanno avuto un peso nella mia formazione e nella mia sensibilità ma per quanto riguarda il primo contatto con l'opera più che alla toscanità lo devo alla mia famiglia. Ai miei nonni che mi raccontavano delle serate al Maggio e che avevano qualche disco in casa. Ai miei genitori che da bambino mi portavano "a trovare" Puccini nella sua casa di Torre del Lago. La passione è nata poi in età adulta mediata sicuramente dall'amore per il teatro. Per me l'opera è un fatto artistico totale. Non riesco a scindere la musica da tutto il resto».

Lei è un regista di esperienza ma giovane. Il Teatro Regio - che già aveva creduto nel "giovane" Leo Muscato per i Masnadieri del Festival Verdi - le affida l'apertura di Stagione. Dovrebbe essere normale puntare sul nuovo, ma l'Italia si sa è un po' un Paese per "vecchi". Cosa ne pensa?

«Che l'Italia dovrebbe cambiare atteggiamento nei confronti della cultura e che fortunatamente il Teatro Regio di Parma è aperto al nuovo. E' una grande opportunità che mi viene data e spero di essere all'altezza. Credo che in Italia si dovrebbero creare più occasioni per chi comincia a fare questo mestiere, e che si dovrebbero tutelare maggiormente quelli che fanno questo lavoro con criterio e onestà intellettuale».

Che idea ha del Teatro Regio e del pubblico di Parma?

«Il Teatro Regio di Parma è un pezzo della storia del teatro italiano e per questo sono felice di lavorarci. Alcuni cantanti mi hanno detto che quello di Parma è "il pubblico più difficile del mondo" ma per me, per quanto preparato ed esigente, resta un pubblico e basta. In quanto pubblico merita il mio rispetto, non amo la provocazione fine a se stessa. Penso di avere delle cose da dire attraverso l'opera e il teatro, ma è impossibile accontentare tutti, chi avrà orecchie per intendere intenderà»

La regia della Traviata che ha inaugurato la Scala il 7 dicembre è stata contestata. Lei ha avuto modo di vederla?

«Purtroppo non ho avuto il piacere di assistere allo spettacolo ma non credo che mi sarei scandalizzato»

La sua idea di regia perfetta - se ce l'ha - qual è?

«Pessoa diceva che amiamo la perfezione, perché non la possiamo avere, che la rifiuteremmo, se ce l’avessimo. Diceva che la perfezione è disumana, perché l’umano è imperfetto. Io come uomo e come regista la penso come lui al riguardo e faccio del mio meglio».

 

 

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