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lirica

Il gusto di Rossini in salsa padana

«La cambiale di matrimonio», divertente farsa del compositore pesarese, riambientata nelle pianure tra Parma e Reggio di inizio '900

Il regista Andrea Cigni e un bozzetto per il Teatro Regio

Il regista Andrea Cigni e un bozzetto per il Teatro Regio

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Mara Pedrabissi
La farsa comica di Gioachino Rossini riambientata nella campagna emiliana degli anni Venti del Novecento. Cronaca di una metamorfosi annunciata quella de «La cambiale di matrimonio», secondo titolo della Stagione lirica 2014, al debutto il 21 febbraio al Teatro Regio, regia di Andrea Cigni.
Quarant'anni tra un pizzico di giorni, Cigni dopo gli studi a Bologna, ha respirato aria di Pianura Padana (tra Cremona dove insegna e Piacenza dove vive). In questi giorni è in Francia, a Clermont Ferrant, per il «Don Pasquale» di Donizetti, coproduzione franco-italiana che comporterà una lunga tournée prima in nove teatri d'Oltralpe e a seguire in tre da noi (Jesi, Piacenza, probabilmente L'Aquila). Da fine mese Cigni sarà a Parma. Esperimento singolare questa coproduzione del Teatro Regio con I Teatri di Reggio Emilia: più che «cambiale di matrimonio», un vero assegno in bianco per il gruppo di giovani individuati nel cast. I cantanti infatti saranno selezionati dalla Scuola del Conservatorio Boito; pure del Boito sarà l'Orchestra diretta da Alberto Martelli. Alla produzione partecipano operativamente gli allievi del Liceo Toschi e dell'Istituto professionale Primo Levi di Parma.
Andrea Cigni, «La cambiale di matrimonio» è opera di Rossini giovane e, guarda caso, qui viene eseguita con dei giovani. E' una finestra che si apre, fa entrare energie fresche...
«E' assolutamente una bella iniziativa in questo momento quella di mettere alla prova dei giovani, dare loro un'opportunità. Ho avuto modo di vedere i ragazzi, anche durante le audizioni, hanno del talento»
Il fatto di avere intorno persone giovani semplifica o complica il lavoro?
«Ve lo saprò dire. Contare sull' entusiasmo dei giovani è fantastico. Non hanno sovrastrutture e anche questo è positivo. Dall'altro canto non posseggono quell'esperienza che qui conta parecchio perché l'opera non è una Traviata, un Trovatore che brillano di luce propria. Sta a noi modellare nel modo migliore i ragazzi. Credo molto nel valore della gavetta e sono felice di averla fatta accanto a dei grandi quali Luca Ronconi, Pier Luigi Pizzi, Beppe de Tomasi. Oggi vedo tanti colleghi arrivare della accademie tecnicamente pronti ma senza il rodaggio della gavetta»
Sulla dicotomia giovane-adulto (ma anche amore-denaro, mentalità europea-americana) è costruita la farsa di Rossini
«La vicenda in verità è molto semplice, è una storia d'amore contrastata con uno scioglimento finale gustosissimo. In realtà ne approfitto per raccontare un po' anche la Pianura Padana, tra Parma e Reggio, un omaggio a questa terra che mi ha ospitato e affascinato per quasi vent'anni. Ho ambientato i fatti in un allevamento di mucche della Pianura Padana, gli Allevamenti Mill»
Rossini faceva ridere. Però sono passati due secoli. Il difficile è attualizzare la risata...
«Non sono totalmente d'accordo. O meglio, gli esperimenti di attualizzazione funzionano se sono coerenti con la storia. Qui ho spostato l'ambientazione negli anni Venti del Novecento, facendola slittare di un secolo. Ma ci sta: è ancora un'epoca in cui la cultura femminile non ha avuto una riscossa di identità. Tobia Mill tratta la figlia Fanny come un capo di bestiame, pensa di poterla dare in sposa al ricco americano nonostante lei sia innamorata del giovane e bell'Edoardo. Quindi l'allevamento, il formaggio parmigiano-reggiano, le vacche fanno parte della storia quanto i personaggi di Rossini. Non credo di aver stravolto niente. Anche lo stile dell'abbigliamento mi pare adatto e divertente. Il contesto è però un po' “magrittiano”, surreale dove il prato si unisce al cielo e soprattutto c'è la presenza di queste quattro mucche...»
Ecco, chiariamo: mucche vere o finte?
«Nella mia testa all'inizio avrebbero dovuto essere vere, poi ho trovato degli artigiani meravigliosi che le hanno realizzate in modo estremamente realistico, a grandezza naturale. Nel finale c'è anche un omaggio a Pier Luigi Pizzi, che però ora non vorrei svelare»
Certo, la sorpresa va salvaguardata. Però pare di capire che sarà molto divertente...
«Me lo auguro, ma non vorrei dirlo io stesso a priori. Alla fine sarà il pubblico a decretare il successo o meno dello spettacolo, consapevolmente con il fatto che sono coinvolti dei giovani, alla loro prima esperienza su un grande palcoscenico. Per me la sfida è sostenerli»
Esiste un gruppo di registi italiani intorno ai 40 anni, le cui punte più brillanti sono probabilmente Damiano Michieletto e Emma Dante, forse più apprezzati più all'estero che in Italia...
«In effetti io stesso ho lavorato in Irlanda e adesso porto avanti questa esperienza francese che durerà un anno e mezzo. L'impressione è che in Italia ci sia sempre una sorta di compromesso per arrivare a fare le cose, mentre all'estero si bada di più al lavoro. In cambio noi italiani abbiamo un naturale “savoir faire”, una capacità di lavorare, che ci viene invidiata, ammirata altrove, lo vedo anche qua in Francia. E' una dote innata, come se noi avessimo nel Dna un pezzettino di Verdi, di Puccini, di Rossini, di Donizetti».

 

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