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Teatro

Il dittico: tragico, comico o "X"

Sostanziale "pareggio" tra le due opere che hanno inaugurato la stagione lirica. "Pagliacci" e "Gianni Schicchi" al Regio: registri differenti ma accomunati dalla brillante regia di Grazzini e da una direzione un po' generica di Ciampa

Prova Pagliacci

Prova Pagliacci

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Il tragico e il comico drasticamente accostati nell’abbinamento (abbastanza corrente) di «Pagliacci» con «Gianni Schicchi», una delle tante combinazioni nate dallo ‘spacchettamento’ del «Trittico» dove il trapasso concepito dal musicista era mediato dalla sosta elegiaca, più intimamente drammatica, di «Suor Angelica». Uno stacco netto acuito dal confronto di due mani assai diverse, quella di Leoncavallo e quella di Puccini, e tuttavia risultato efficace nella proposta dell’altra sera per il senso liberatorio svolto dallo «Schicchi» nel dissolvere per lo spettatore la pesante atmosfera del dramma di Leoncavallo; come a suggerire un'iperbolica unità che ha trovato un disinvolto filo conduttore nella leggerezza delle scelte registiche.
Federico Grazzini, infatti, con la collaborazione di Andrea Belli per le scene, di Valeria Donata Bettella per i costumi e di Pasquale Mari per le luci, ha colto efficacemente il passo che accomuna le due opere, pur nell’evidente contrasto, vale a dire la stringatezza insita nella formula ‘atto unico’ ( tale sostanzialmente anche per i due atti di «Pagliacci») dove tutto corre senza indugi né digressioni.
Altra la sensazione ricavata dal passo musicale impresso dalla direzione di Francesco Ivan Ciampa, di segno vitalisticamente enfatico, tale da accomunare nella stessa genericità i percorsi delle due opere, stilisticamente assai distinti. Pesava così la passionalità - riverberata in un certo grigiore dell’orchestra e pure del coro - con cui ha avvolto «Pagliacci», partitura che una già ricca storia interpretativa ha ‘ripulito’ da quella pesante, un po’ appiccicosa pellicola, ancor oggi, come è apparso da questa proposta, intesa quale tramite più diretto di una poetica truculenta (il saturnino d’Amico, che non amava Leoncavallo - al pari di Puccini che chiamava il collega ‘Bibestia’ mentre Ricordi irritato da ragioni concorrenziali ‘Leonasino ‘ - parlava di una scrittura «per il lettore di Novella2000») per invece svelare quell’intrecciarsi di movenze che la sensibilità di Leoncavallo andava percependo sul trafficato orizzonte europeo di quella fine secolo.
Manierismi, se vogliamo, quelli con cui il compositore gestisce il doppio binario, quello del ’vero’ e quello della finzione cui sono chiamati i protagonisti, e tuttavia segnali, pur sempre di gusto piccolo-borghese, che intendono contrapporsi a quell’enfasi vocale, che nel clima controriformistico della rinascita del belcanto verrà indicata come ‘scuola del muggito’. Contrapposizione di ‘maniere’ rimasta in ombra l’altra sera in una quadro che vedeva in campo il Canio fin troppo rischiosamente ardimentoso di Marcello Giordani, la Nedda di Kristin Lewis, timbro nitido, profilo un po’ rigido, pronuncia in una specie di esperanto, il Tonio disinvolto di Elia Fabbian insieme agli altri, Rubens Pelizzari, Davide Giusti, Marcello Rosiello, Alessandro Bianchini, Demetrio Rabbito.
Non diversa è parsa l’impronta direttoriale di fronte ad un paesaggio radicalmente mutato - e non solo per il trapasso dal tragico al comico - quale quello di «Gianni Schicchi», partitura trapunta di sottigliezze, di ammicchi, di fugaci azzardi, significativi di come le antenne del musicista fossero sensibili al clima del tempo; un piccolo gioiellino che richiede mano di cesellatore senza perdere la freschezza, sguardo ironico senza troppi cedimenti al macchiettismo, il tempo giusto per lasciar affiorare, ma non più di tanto, quel pizzico di sentimentale affidato alla pagina più celebre dell’opera, il « babbino caro», assicurando soprattutto quella fluidità del ritmo che illumina la varietà di tipi offerta da quella colorita famiglia allargata.
Istanze che sono parse, appunto, come appannate entro un più generico vitalismo, condiviso da un gruppo volonteroso di giovani interpreti, dal protagonista, lo stesso Fabbian di Tonio, alla trepida Lauretta di Ekaterina Sadovnikova, e ancora Silvia Beltrami, Davide Giusti, Matteo Mezzaro, Eleonora Contucci, il piccolo Luca Faroldi, Matteo Ferrara, Marcello Rosiello, Romina Boscolo, Stefano Rinaldi Miliani, Matteo Mazzoli, Romano Dal Zovo, tutti ben sollecitati dalla spigliata, intelligente mano del regista.

 

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