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«Pampa», la libertà è collettiva

Il pianista jazz Pavesi, sul palco da mattina a sera: «Non mi sento un solista, ciò che conta è l'interplay»

«Pampa», la libertà è collettiva
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Che tutto ruoti intorno alla parola magica «improvvisazione», ve lo dirà qualsiasi jazzista. Ma che l'essenza stessa di questa libertà espressiva vada cercata - e soprattutto trovata - nell'interplay che si crea con gli altri musicisti, quello ve lo diranno in pochi. E uno di quei pochi è Giampaolo Pavesi detto Pampa, pianista eclettico e iperattivo, che passa senza soluzione di continuità dalle jam session allo Zerbini ai «music breakfast» della domenica mattina al Gran Caffè dei Marchesi, dalle serate in duo con le più raffinate vocalist della scena locale alle rimpatriate psichedeliche con i Vidya o alle serate «latin» con il Trio Xibaba. Sempre piegato sulla tastiera, ma rigorosamente in compagnia. Perchè d'accordo, il «Pampa» lo conoscono tutti, ma non tutti sanno che non è nato per fare il solista, nè con il jazz nelle dita. Anzi, per dirla tutta, non è nemmeno nato a Parma. «In effetti sono nato a Piacenza - confessa lui quasi sottovoce - ma non so se è il caso di scriverlo. E' che in quel periodo mio padre lavorava là: io sono parmigiano da generazioni e ho radici anche a Montergroppo di Albareto (dove d'estate, con il cugino Francesco cantante lirico, organizza un piccolo festival, ndr)».

Ed è a Piacenza che il piccolo Pampa fa la conoscenza con il mondo austero (allora ben più di adesso) dei Conservatori.
«Non voglio mancare di rispetto a nessuno - dice - ma quell'ambiente non faceva per me. Solo esercizi su esercizi, e io mi annoiavo, anche se poi ho capito quanto fosse importante apprendere la tecnica. Ad ogni buon conto, il diploma non l'ho preso».

Più degli spartiti, potè l'amicizia con Otello Gorreri, il compianto polistrumentista con cui - una volta a Parma - formò la sua prima «cumpa» dalle parti di piazzale Maestri.
«Come tutti i ragazzi, anche noi volevamo mettere su una squadra di calcio e una band: io con le scarpette ero negato, ma avendo frequentato il 'Nicolini' ero quello che di musica ne sapeva di più».

Sono i primi anni '70, quelli dei King Crimson e dei Genesis, alfieri di quel «progressive» che indicava anche al mondo del rock la via dell'improvvisazione. Poi - durante gli anni del liceo classico al Romagnosi - arrivarono i Weather Report, e le previsioni meteo per il Pampa virarono sul bel tempo stabile, a partire dalla nascita dei Vidya, con Mingiardi, Manfredi, Gorreri e poi Abelli.
«Per me, organista della parrocchia di Santo Spirito dove grazie a don Bruno e a dei grandi ampli della Davoli si cominciavano a fare le prime 'messe beat', si aprì un mondo: Billy Cobham, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, Herbie Hancock. E da lì a ritroso, verso la musica modale dei Coltrane e dei Miles Davis, il passo è stato obbligato».

Per fortuna del Pampa in borgo Felino aveva aperto l'Istituto Nazionale di Studi Jazz, che annoverava tra i suoi docenti Franco D'Andrea, uno dei massimi pianisti italiani:
«E' stato il mio primo maestro, per non dire un padre putativo: da lui ho imparato che la grande libertà espressiva che ti è concessa dal jazz, deve sempre poggiare sullo studio, sulla conoscenza tecnica e quella armonica. E soprattutto che devi avere qualcosa da dire, perchè suonare significa comunicare».

Il secondo maestro arriva sottoforma di trafiletto a piè di pagina di «Music Jazz»: summer academy a numero chiuso con Herbie Hancock al Mozarteum di Salisburgo.
«Mi hanno ammesso ed è stata un'esperienza formidabile, anche perchè Hancock - come spesso accade con i grandi - non era per nulla un'entità inarrivabile: piuttosto che andare da solo nei migliori ristoranti nei quali era invitato, preferiva mangiare un wurstel con noi studenti. E di sera ci portava in locali esclusivi che per noi - senza di lui - sarebero stato off limits. Per non parlare di quando ci faceva l'imitazione di Miles Davis».

Inutile dire che quell'esperienza didattica ha dato buoni frutti:
«Ci permetteva di registrare le masterclass, così quando sono tornato, mi sono chiuso in casa per due mesi a tirarmi giù tutte le cose che faceva lui».

Chissà la soddisfazione, tanti anni dopo, quando è andato a salutare Hancock prima del suo concerto al Regio dello scorso anno (tra l'altro preceduto proprio da un'esibizione di Pavesi al Ridotto).
«Mi ha riconosciuto subito, e sì che di studenti ne ha avuti a migliaia nelle sue masterclass. 'You are one of my students' mi ha detto. E anche durante il concerto ha ricordato agli spettatori che c'era un suo allievo in platea».

Il professionismo, per Pampa, arriva nel mondo meno usuale: l'esperienza «collettiva» con il nascente Collettivo del Teatro Due:
«Ho lavorato per loro come pianista di scena, e questo non solo mi ha permesso di mantenermi con la musica, ma mi ha aperto un altro mondo ancora, quello del teatro: suonavo Ravel e Kurt Weill, ma anche le musiche composte da Alessandro Nidi per gli spettacoli del Collettivo, come L'istruttoria. E con loro sono andato a Londra, a Parigi, a Berlino Est, a Losanna».

Il Pampa negli anni è diventato a sua volta docente: ha creato il Laboratorio Totem di musica d'insieme, e attualmente insegna all'Accademia di via Tartini e alla Music Academy di Reggio. E torna alla mente la lezione di D'Andrea: perchè se il jazz è improvvisazione come lo si insegna?
«Nessuno si improvvisa improvvisatore. Alla base ci sono la tecnica, la conoscenza della tradizione e l'interplay con gli altri musicisti. Che poi è quanto avviene nella classica: l'unica differenza è che in ambito classico, dove esiste una partitura, la struttura non si deve mai rompere mentre nel jazz c'è più libertà. Ma non dimentichiamo che Mozart e Liszt, oltre che grandi compositori, erano a loro volta degli improvvisatori: e le gare di pianoforte non sono un'invenzione, le facevano davvero».

Il Pampa non ha certo problemi a trovare un locale in cui suonare, spesso con ospiti «a sopresa», ma se gli si chiede se è vero che a Parma i jazzisti sono un po' divisi in 'parrocchie' non può negare l'evidenza.
«Ma non parlerei di gelosie o di mancanza di voglia di confrontarsi. Credo sia più che altro un problema di spazi: adesso ce ne sono pochi, certamente di meno rispetto ad alcuni anni fa, e ognuno si tiene stretto quello che ha. Ma allo Zerbini le jam sono aperte a tutte e c'è sempre un sacco di gente».

Allora, per concludere, non è vero che il jazz è di nicchia?
«Non è vero che il jazz è un genere musicale definito: piuttosto è un enorme contenitore in cui c'è dentro di tutto, dal free all'etnico, con le sue mille sfumature. Molti lo identificano solo con le big band tipo Glenn Miller, oppure pensano che sia una cosa inascoltabile, buona per gli intellettuali. Niente di più sbagliato: saper arrivare al pubblico, questo è jazz».

 

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