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«Ogni tanto ti penso spesso/ Mi manchi quando sei con me/ Ci sono un cuore e due capanne/ E le tue cose qui da me». E' proprio il caso di dire che la lingua batte dove Dente vuole: chiamatela poetica delle piccole cose, ma quella di riuscire a esprimere i propri sentimenti usando come spiccioli le parole di tutti i giorni - e senza mai prendersi troppo sul serio - è una dote innata. E lui ce l'ha. Classe 1976 (all'estero sarebbe un cantautore, in Italia invece è ancora un giovane cantautore), il fidentino Giuseppe Peveri, per tutti Dente e per molti un piccolo Battisti, ha conosciuto non più tardi di un mese fa l'ebbrezza della top ten. Il suo ultimo album «L'almanacco del giorno prima», il terzo dopo «L'amore non è bello» (votato nel 2009 quale miglior disco indipendente dell'anno) e «Io tra di noi», ma il quinto se si considerano anche gli acerbi «Anice in bocca» e «Non c'è due senza te», fatti in casa al termine dell'esperienza nella band fidentina dei La Spina, è schizzato al sesto posto della hit parade poche settimane dopo la pubblicazione a fine gennaio. Merito della sua musica dolcemente retrò e dei testi pastello, ma anche della potenza della Rca/Sony, che gli ha garantito passaggi radiofonici e televisivi come mai in passato.
«Però sono rimasto indipendente», ha premesso lui presentando il disco. E ora lo ribadisce, a 48 ore dalla data zero del suo tour nei teatri, in programma giovedì sera al «Verdi» di Busseto, a pochi chilometri di distanza da quell'aula dell'ex scuola elementare «Manzoni» (che sarà riprodotta sul palco) nella quale l'«Almanacco» è stato registrato l'estate scorsa.
«Come mi sento a essere in classifica? Mi fa molto piacere - risponde lui alla più ovvia delle domande - anche perchè per arrivarci non sono dovuto scendere a compromessi artistici. Il disco lo abbiamo registrato nella più totale libertà creativa, com'era avvenuto per quelli precedenti».

Un disco che non forse non aggiunge particolari elementi di novità al tuo stile, ma che ne accentua l'indole retrò.
«Soprattutto negli arrangiamenti - osserva Dente - perchè abbiamo utilizzato strumenti musicali che non si usano quasi più nel pop italiano contemporaneo. Negli anni Sessanta, anche per incidere dischi di musica cosiddetta leggera, si avevano a disposizione le orchestre, magari con direttori del calibro di Morricone, mentre oggi le cose si fanno un po' usa e getta, alla 'mi piace vincere facile'. E io, come sa bene chi mi conosce, adoro recuperare quei suoni, sono come pennellate di colore».
Hai detto spesso che ami gli anni Sessanta anche senza averli vissuti.
«E' cosi, adoro quel periodo storico della canzone italiana: e anche se vivo in questo tempo, è là che vado a pescare con la mia ispirazione. Se amassi gli anni Ottanta farei cose diverse...».
Ti definiscono stralunato, surreale, arruffato: etichette giornalistiche o c'è del vero?
«C'è del vero, sono definizioni in cui mi ritrovo. Il surrealismo, ad esempio, nella tradizione musicale italiana significa Jannacci e Gaber...».
E l'accostamento a Battisti? Non è un po' troppo impegnativo, fermo restando che l'ispirazione c'è e si sente?
«Certi paragoni fanno piacere, ma bisogna sempre distinguere: per i testi, ad esempio, non credo di assomigliare a Mogol».
Battisti cantava «Una donna per amico»: manco a farlo apposta, il tema dell'amicizia tra uomo e donna è abbastanza ricorrente anche nei tuoi testi. Puoi dirci se esiste davvero?
«Io sono la prova vivente che esiste, perchè ho tante amiche donne e il mio rapporto con loro è tale e quale a quello che ho con gli amici maschi. Penso che dipenda dalla visione della vita che uno ha, e posso capire che non sia così per tutti. Ma per me lo è».
Da anni hai lasciato la provincia e vivi a Milano: è quella cantata da Lucio Dalla, da Alberto Fortis o dai tuoi amici Afterhours?
«Prima di tutto è una città che mi ha accolto a braccia aperte, anche se so che si fa fatica a crederci. Io tra l'altro mi sono trasferito non per motivi musicali, ma ho ben presto conosciuto delle persone che mi hanno aiutato moltissimo a fare concerti: magari in localacci o nei peggiori bar, ma intanto c'era la possibilità di farmi conoscere. In una grande città si fanno tanti incontri, anche fortunati. E non capita solo a me: se le cose girano, giri anche tu».
Intanto, però, a Parma e provincia c'è ancora un sacco di gente che dice 'Dente chi?'
«Beh, il detto nemo propheta in patria è sempre valido. Ma non credo di dire niente di grave nè di nuovo se affermo che la nostra provincia è un po' addormentata, che i luoghi e le risorse ci sarebbero ma che evidentemente manca qualcos'altro. Quand'ero ragazzo, solo per restare a Fidenza, c'erano almeno tre locali con musica dal vivo quasi tutte le sere. Oggi non è più così. Ed è un peccato perchè io amo questi luoghi, sono anche i miei e continuo a frequentarli. Sono fuggito, è vero, ma senza odio, anzi ritorno sempre volentieri: per fare questa data zero a Busseto, ad esempio, mi sono impuntato».
All'estero, dove hai suonato spesso, la situazione è ben diversa.
«Purtroppo per noi sì: là c'è una curiosità che qui ce la sogniamo: a Berlino, che è Berlino, uno scopre leggendo un trafiletto che c'è un cantante italiano che suona vicino a casa sua e va a sentirlo anche se è un perfetto sconosciuto».
Mentre in Italia bisogna passare da Sanremo: i Perturbazione esistono da 20 anni ma prima chi se li filava?
«Ed è davvero triste che funzioni così. Però non è un dogma: De Gregori ad esempio all'Ariston non c'è mai andato, così come Conte o Capossela. Una via alternativa, insomma, esiste ed è quella che ho scelto anch'io. Quest'anno avrei potuto andarci a Sanremo ma ho detto di no, e adesso vado a suonare nei teatri e non nelle piazze perché è nei teatri che la musica è la protagonista assoluta. Ed è lì che posso offrire al pubblico le mie canzoni con la qualità migliore. So di andare controcorrente dicendo così, ma altrimenti non sarei io». Altrimenti non sarebbe Dente.

 

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