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MUSICA

La cantautrice e la pianista: le convergenze parallele di Roberta Di Mario

Esce il 28 il doppio cd «Lo stato delle cose», un disco cantato e uno strumentale

Roberta Di Mario
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Nel percorso evolutivo di ogni artista non c'è nulla di più immaginario di una linea retta. Curve verso l'alto, quelle sì, ma anche verso il basso. E tante linee spezzate, tutte le volte che cala il vento dell'ispirazione e arriva la bonaccia, portando nuvole cariche di dubbi. Ogni tanto, però, quel gomitolo di linee attorcigliate si srotola, e come per incanto può anche succedere che due rette parallele arrivino a convergere. A Roberta Di Mario è successo: il 28 marzo esce il suo nuovo album «Lo stato delle cose», per l'etichetta Irma Records, ed è doppio: un cd cantato («Songs») e un secondo solo strumentale («Walk to the piano side») per mettere finalmente d'accordo le due anime dell'artista parmigiana, quella cantautorale e quella più squisitamente pianistica, che per anni si sono fronteggiate e combattute dentro di lei.
«C'è stato un periodo - confessa - in cui ho vissuto come un limite la mia vocazione per il pianoforte e i miei studi classici (è diplomata al Boito, ndr). Mi sembrava quasi che non fossero più necessari per assecondare la mia indole di cantautrice, quella che avrebbe voluto 'solo' raccontare le proprie emozioni scrivendo canzoni e cantandole. Ovviamente non è così, ma avevo bisogno di mettere il mio background al servizio del mio estro».
Come dire: troppo pianista per il pop ma ormai troppo lontana da un certo modo «classico» di intendere lo strumento. Il che spiega certe esitazioni che hanno contraddistinto la realizzazione del precedente album «Tra il tempo e la distanza» (2011), rifatto da capo a piedi con altri musicisti quando era già praticamente pronto, con una tracklist di brani cantati alternati da alcuni strumentali.
Stavolta non è andata così:
«Stavolta sono io, finalmente - assicura la Di Mario, che nel frattempo ha chiuso anche la breve parentesi di vita del nome d'arte Roberta D. riappropriandosi del proprio cognome - e anche se mi piace dire che le canzoni migliori sono quelle che devo ancora scrivere, in questo disco sono riuscita a far convivere le mie due identità».
Merito anche di un team che Roberta - come fa peraltro anche dalle note del booklet inserito nel cofanetto e impreziosito dalle foto di Roberta Gregorace - non smette di ringraziare.
«L'incontro determinante è stato quello con il maestro Pietro Cantarelli. I testi sono miei, la musica è mia, ma serviva qualcuno che sapesse lavorare su di me, sviluppando la mia chiave autorale, e dando profondità al progetto».
Produttore e arrangiatore tanto raffinato quanto poco avvezzo ai riflettori, Cantarelli è stato il vero deus ex machina del nuovo disco di Roberta, in particolare di «Songs», registrato nello studio del musicista parmigiano (sue chitarre, tastiere, orchestrazioni e una necessaria spruzzata di elettronica), con la partecipazione di Riccardo Galardini chitarra elettrica, Ugo Maria Manfredi basso, Guido Ponzini viola da gamba e Mario Arcari oboe, più quel Cosimo Piovasco che sta a Cantarelli come Jack Frost sta a Bob Dylan.
«Lo stato delle cose», oltre a dare il titolo all'album, è anche il pezzo d'apertura - corredato da un patinato videoclip realizzato da Alessandro Molinari di 00.am e da Elisa Barbieri - che scorre tra Donald Fagen e Lucio Battisti (l'importante è esagerare), dando l'impronta all'intera raccolta, in cui spiccano anche «Tasti bianchi tasti neri» e «Mercante di sogni», due dei tre brani che si ritrovano in versione strumentale anche nel secondo cd. Del quale, la Di Mario è categorica, c'era bisogno tanto quanto il primo (e non solo per dare una collocazione consona alla sua «Hands» scritta per il videocatalogo della mostra di Botero).
«E' proprio il disco di solo piano a definire il mio 'Stato delle cose': un album di sole canzoni non era sufficiente».
Per adesso, dopo la fase di lancio, c'è da pianificare il dopo-album. E qui entra il gioco l'altro incontro fortunato di Roberta, il manager Marco Stanzani di Red&Blue, in grado di introdurla e promuoverla nei «salotti buoni» della musica dal vivo. E aiutandola, magari, a schivare frettolosi paragoni con «fenomeni» quali Giovanni Allevi o Giulia Mazzoni.
«Il pianismo contemporaneo in effetti è tornato in voga - osserva la Di Mario - e attira anche un pubblico 'pop oriented', ma rispetto agli artisti citati penso di avere, per l'appunto, il valore aggiunto di essere anche cantautrice».
Pianismo contemporaneo, però, vuol dire anche Desplat, Nyman, Einaudi, ovvero musica da film e per la pubblicità.
«Quando compongo, in effetti, non di rado esce fuori una musica che rimanda al cinema e alle immagini».
Ma il pubblico di Roberta Di Mario qual è? In questi anni, dal vivo, hai suonato con il contagocce, specie a Parma e dintorni.
«Non lo conosco nemmeno io, anche se certamente non è fatto di giovanissimi. L'importante è che il pubblico inizi a conoscere me e la mia musica, che è pop ma anche swing e un po' latin jazz.
Una delle pianiste/cantautrici più «iconiche» della scena contemporanea è senza dubbio Tori Amos, famosa anche per le sue intense cover. Tu invece i pezzi di altri autori non li fai, perchè?
«Perchè ho molto rispetto per gli altri e non mi sento all'altezza di cantare i loro brani. Se facessi una cover di Paolo Conte, ad esempio, chissà come reagirebbe».
E qui, all'occorrenza, entra in gioco la pianista: «In effetti, un disco di cover solo strumentali potrebbe essere un'idea. Vorrà dire che il prossimo album sarà triplo».

 

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