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Ivanna Speranza: la forza del destino nel nome e nella voce

«Via dall’Argentina a 20 anni per studiare canto in Italia: e questa città mi ha aiutato tantissimo»

Ivanna Speranza

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Come Kylie Minogue per il pop, Ivanna Speranza ha il penetrante fascino di una Venere tascabile per la lirica. Vive stabilmente a Parma da sei mesi, da quando ha sposato il marito Giovanni che qui si è laureato e lavora (è funzionario all’Efsa). Ora con la casa di produzione parmigiana Sfem ha inciso il disco «Virtuosity Arias», distribuito in tutto il mondo attraverso gli stores digitali e in vendita a Parma nel negozio specializzato di Azzali in via Carducci: la prima prova compiuta dopo tanti anni spesi a imparare, a studiare (tra gli altri con Arrigo Pola, Mirella Freni, Marcelo Alvarez). Nello sguardo ha dipinta l’aria sognatrice di una bambina ma tiene i piedi saldi a terra, da donna che ha messo nel sacco esperienza e sudato fatica.
Ivanna è nata in Argentina 35 anni fa, nel sangue un arcobaleno di incroci (nonni tedesco e spagnola per parte di mamma Dora, italiano e argentina per parte di padre Ricardo). Maggiore di cinque figli, è cresciuta in una casa dove la musica si respirava, gioiosamente.
E’ stato un fatto normale, quindi, voler cantare...
«Da bambina cantavo a squarciagola, anche sugli autobus, dirigevo il piccolo coro della scuola,
suonavo la chitarra. All’inizio è stata passione per il pop. All’età di 15 anni l’insegnante di musica del liceo mi ha indirizzata al Conservatorio. Ho iniziato a studiare canto lirico, recuperando il tempo perduto. Nel frattempo mi ero iscritta anche alla Facoltà di Medicina. Poi ho interrotto gli studi universitari per venire qui».
Come è scaturita la decisione di trasferirsi in Italia?
«Avevo vent’anni. Un tenore, ex allievo della mia maestra di canto, di ritorno da un viaggio in Italia mi parlò in modo straordinario di Arrigo Pola, già maestro di Pavarotti a Modena. Andai con papà al Consolato italiano e cominciammo a cercare tutti i Pola di Modena finché non lo trovai. Venni da
sola qui. Pola mi ascoltò e, poiché ero giovane, volle parlare con mio padre per convincerlo a lasciarmi studiare in Italia ».
E lì è iniziata l’avventura
«Sì. Non è stato facile ma questa è stata la mia fortuna. Ho fatto lavori umili per pagarmi gli studi: la badante, la commessa, spesso in grande solitudine»
Un sacrificio che si sostiene solo con la forza di un grande talento.

«A volte chiamavo papà, dicevo che volevo tornare. Ma lui, che mi conosce, mi rispondeva: “va bene ma aspetta ancora un giorno”. Così, un giorno dopo l’altro, sono arrivata qui».
Quando è stato il momento in cui si è detta: «Ce l’ho fatta, sono una cantante»?

«In cuor mio l’ho sempre saputo. E arrivata in Italia la consapevolezza cresceva sempre di più. Ho iniziato a fare la pendolare con Parma, ero stata presa come corista alla Toscanini e al Regio. Ho sempre compiuto un passo alla volta, mi rendevo conto che la pronuncia non era ancora esatta, che ancora non sapevo mettere a frutto tutte le nozioni apprese. Ho voluto aspettare il momento giusto, anche per debuttare da solista».
Adesso raccoglie i frutti: questo è un momento fortunato
«Sono appena stata nominata ambasciatrice culturale in Corea, il mio volto verrà utilizzato in una campagna per promuovere la cultura presso i giovani. Ho vinto il premio Beniamino Gigli del 2013. E poi è uscito il disco».
Come è nato il contatto con la Sfem?
«Ci siamo scelti a vicenda. Mio marito prima lavorava con loro. Per questo mio primo disco ho scelto un programma belcantista che mi rappresenta, Bellini, Donizetti, Rossini. Come ultima traccia ho voluto “Mercé dilette amiche” dai Vespri Siciliani, per gettare uno sguardo verso un repertorio che penso potrò affrontare».
Come si trova a Parma?
«Parma è una bomboniera di arte e bellezza. Sento di dovere molto a questa città che mi ha  accolta e alle persone che mi hanno aiutata. Lucetta Bizzi, Antonella Manotti, Paola Sanguinetti sono state fonte di ispirazione per me, come donne e come cantanti».
La bellezza è stata per lei più un aiuto o un freno?
«Entrambe le cose. La bellezza è un’arma a doppio taglio. Non ho voluto usare scorciatoie, penso che se le cose devono arrivare arrivano».

 

 

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